Il punto di disequilibrio

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C’è una panchina, in un parco sotto casa mia, che non è più una panchina. Qualche vandalo si è divertito a rimuovere quasi tutte le aste di legno che componevano la sua seduta. Sono rimasti solo lo scheletro in ferro e un paio di listelli, inchiodati così bene da sopravvivere alla furia distruttiva dell’idiozia.
Ogni volta che mi siedo provo la stessa identica sensazione. Sarà capitato anche a voi. La sensazione che si prova in quel microsecondo in cui perdi l’equilibrio ma non sei ancora caduto, in cui inciampi e resti sospeso tra la possibilità di finire sull’asfalto e quella di riprendere l’equilibrio come se niente fosse.
Ecco, quel momento dura talmente poco da non essere distinguibile con esattezza. Come un batter di ciglia, una carezza distratta, la morte. Succede, e un attimo dopo sei a terra, o riprendi a camminare. Ma cosa contiene quell’istante?
Sono qui. Seduto. Sul mio punto di disequilibrio. E ho la fortuna di averlo trovato. E dura. Posso abitarlo. Da un momento all’altro potrei cadere indietro, sento la schiena che pesa, che cede, e potrei cadere avanti, e sbattere la faccia a terra, perdere tutti i denti. Guardo il mondo da qui, da un luogo incerto, da coordinate finte, e all’improvviso comprendo. Mi illumino. È così che finiscono le storie d’amore. Quelle importanti. Quelle che hanno preso una parte della nostra vita e l’hanno battezzata, l’hanno invasa. Finiscono così. Vengono saccheggiate, divelte, distrutte a poco a poco, ma inesorabilmente. E diventano punti di disequilibrio, restano a lungo qualcosa di indefinito, che può cadere in avanti o può cadere indietro. Ma importa davvero? Importa davvero, se quel che ci resta addosso è solo la paura di cadere? Importa davvero se non riusciamo più a vivere dentro quel contesto senza i brividi insani del disequilibrio?
Sono qui. Seduto. Sul mio punto di disequilibrio. E mi piace. Contiene la potenza di una scelta fondante. Quando sarò caduto da una parte, non potrò più cadere dall’altra. Quando avrò scelto, la scelta sarà irreversibile, sarà definita. Quando si scende, si resta. E quando si resta, si sceglie. È come un gioco in cui vince chi ride di più. Non c’è mai qualcuno che perde davvero.
Sono qui. Seduto. Sul mio punto di disequilibrio. Balla, questa panchina. E non cede. Devo cedere io, lasciarmi andare. Ecco. Quello che aspettavo è appena arrivato. È un pensiero. Ed è così affilato da ferire al solo pensarlo. Che altro possiamo farci, del resto, con un pensiero, oltre che pensarlo? Possiamo agirlo. Possiamo attuarlo. È arrivato. Dice il difficile non è resistere, ma rinunciare.
E attuarlo è fare questo. Alzarsi. Rifiutare questo gioco di equilibri. Tenersi stretto stretto quel che amiamo, quello che ci fare stare bene, quello che brilla, che suona, che canta e che ride. Non solo. Ma che fa tutte queste cose per le stesse ragioni per le quali le facciamo noi. Uguali uguali. E rinunciare al resto. Senza troppi rimpianti, senza tornare mai più a sedersi su panchine come questa. Che è solo una scusa per non affrontare gli aghi della rinuncia.
Attuarlo è fare questo. E questo faccio.

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Un pensiero su “Il punto di disequilibrio

  1. Una volta caduti ci assale poi un gran senso di liberazione, un “ce l’ho fatta”. A saperlo prima forse ci saremmo buttati molto tempo addietro. Rinunciare spesso coincide col Rinascere.

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