Le madri che restano donne

La questione vera è che io ho scelto te, qualche anno fa. E tu me. Non c’era altro in mezzo a noi.

Ci siamo colti, nel caos. Sintesi e caso. Abbiamo fermato il tempo, appena in tempo per comprendere che saremmo restati, a prescindere dagli inciampi e dalle maledizioni, dal fango e dall’urgenza. Perché ad unire c’era sempre qualche miseria in più di quel che ci avrebbe separati.

Abbiamo incastrato i desideri e le paure, abbiamo mescolato gli intenti, e ci siamo accorti che ne è venuto fuori uno migliore, comune, imponente. Insomma, è successo questo. E tante altre belle cose.

Una donna grandiosa, mi è capitato questo. Non so se è fortuna, so che io l’ho cercata in ogni dove, perché fosse simile a me e anche contraria. Perché desse aria a ciò che io facevo ammuffire, e avesse bisogno del mio sorriso, quando il panico le ribaltava la vita.

A volte mi chiedo se, senza tutta questa mia irrequietezza, mi ameresti lo stesso. E ho un po’ paura, poi passa. Dura il tempo di un istante. Perché ci siamo detti che l’amore non è teca, è giardino. E il bello, il grande, non è guardarlo, contemplarlo, ma prendercene cura, abitarlo. Ci siamo dimostrati che l’amore non è ricordo, ma un futuro esatto. E sto bene, sto bene perché sei quello che volevo, che ho cercato, che ho rincorso.

La verità è che la mia vita futura io l’ho immaginata accanto a te, io e te, in giro per il mondo o dentro il nostro sentimento. Poco importava il resto, o meglio, importava tutto, purché ci fossi tu. La donna che è donna nel modo in cui lo volevo io.

Poi è successo che abbiamo desiderato una vita. Accade spesso tra chi si ama. Abbiamo desiderato qualcuno, un figlio, una figlia, che fosse la sublimazione del nostro amore, la sintesi. E l’abbiamo desiderato così forte da averlo fatto. Ma io continuavo a immaginarmi con te, io e te, da soli, non so perché, non so che diavolo di cosa capiti in testa. Io volevo un figlio, ma volevo te. Volevo noi, comunque. Come se un figlio fosse un’esperienza passeggera, auto-conclusiva, finita. Ne parlavamo spesso. Di fronte alle paure ataviche, di fronte alle tremende preoccupazioni di quei momenti, il pensiero semplice, e salvifico, che si fa, che abbiamo fatto, è stato: che sarà mai? Ce la faremo. Resteremo noi. In fondo, lo desideriamo. E poi siamo in gamba, dai, ne abbiamo passate di molto peggio.

Invece poi succede che stringi al petto tua figlia, che nasce umida di belle speranze, d’autunno, e il cortocircuito che avviene non lo gestisci. I giorni si rincorrono talmente veloci che paiono non trascorrere. I giorni sono sorrisi e pannolini. Le settimane sono pappe e centimetri. I mesi sono evoluzioni e passi. La stanchezza assume significati nuovi, più profondi, quasi insanabili.

Ci si ritrova, dopo una manciata di mesi, a domandarsi: dove siamo finiti? Nella discrezione e nel rispetto che abbiamo per l’altro, ognuno se lo chiede per sé, negli angoli minuscoli di pace e silenzio che avanzano da questi giorni folli. Ognuno si chiede dove sono, ognuno si chiede dove sei, dove siamo.

E ci si chiede come possa una briciola umana così bella sottrarti tutto ciò che eri prima, ridefinirlo, capovolgere completamente ogni priorità. Ma, nel frattempo, prendersene cura diventa la cosa più bella, la vocazione inaspettata, la nuova accezione della parola amore.

La questione vera è che io ho scelto te, qualche anno fa. E tu me. Non c’era altro in mezzo a noi.

Adesso sì. Come si resta uomini, da padri? Non lo so, ma lotto ogni giorno per restare vigile, curioso, compagno, amico, amante. Non è facile. Me lo dicevano. Non ci credevo. Non è affatto facile. Sono talmente tante le priorità che tutto quel che sappiamo essere mi sembra colpevolmente rimandabile.

Come si resta donne, da madri? È possibile? Per una donna, per te, credo lo sia ancor meno. Sentirsi addosso una vita nuova, pulsare, fremere, palpitare, e poi vederla scivolare via, lontano, anche se solo poco più in là del tuo ventre, e tenerla in braccio, e sentirla ancora tua anche se è una parte di te che non è tua, deve essere qualcosa di insuperabile. Ti invidio la maternità, quella sensazione di cui noi uomini viviamo riverberi. Ti invidio la compresenza, la simbiosi che passa, la separazione.

Ecco, come si resta donne, dopo esser diventate madri? Sapresti dirmelo?

Io ti ho scelto per la donna che eri, non potevo sapere che madre saresti stata. Adesso eccoti qui. Stai superando le mie aspettative. Ma è un altro lato di noi. È un’altra storia. Splendida, meravigliosa, ma diversa. Come hai fatto a rimanere te in mezzo a questa alba di vita, che assomiglia a una tempesta?

Dovresti insegnarlo. Dovresti insegnare come si resta mentre si parte, come si dona mentre si cambia.

Perché la vera evoluzione non è cambiare porto, ma portarsi dietro tutti i porti che ci hanno dato rifugio. Tutte quelle piccole parentesi che ci hanno reso fluidi, coesi.

Tu lo fai. E grazie a te questa mia prima festa del papà da papà rappresenterà anche una festa più importante: quella di un padre e di una madre, di un uomo e di una donna, che sanno, in questa meravigliosa burrasca, come amarsi ancora.

2 pensieri su “Le madri che restano donne

  1. Un uomo come te accanto rende tutto questo possibile e meraviglioso.
    Noi abbiamo imparato passo dopo passo cos’è l’amore nella realtà, quello che tutti i giorni sentiamo battere dentro, urlare, scalciare. Lei ci sta insegnando il resto.
    Siamo diventati altro, rimanendo noi stessi in un’altra forma più completa.
    È una festa. È magia.

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