La vergogna – tutta italiana – della Diaz

Il punto non è la condanna europea. Sarei rimasto stupito del contrario. E nemmeno il solito gioco tutto italiano di rimpallarsi le responsabilità, come bambini che vengono sgridati dai grandi. A dirla tutta non mi ha neppure turbato moltissimo la parola “tortura”, del resto non si possono dimenticare i fotogrammi, i video, le testimonianze, i processi, il sangue, le urla, il film sconvolgente di Daniele Vicari (Diaz, Don’t clean up this blood, 2012), l’arroganza di chi si nascose spavaldo (bel controsenso) dietro lo diaz2Stato sovrano, che invece del massimo sforzo di messa in luce, troppo spesso e vergognosamente copre d’ombra i fatti più cupi. Non mi stupisce neppure che l’allora capo della Polizia De Gennaro (oggi in Finmeccanica) abbia, in qualche modo, fatto carriera. Basta guardare quelli che nel nostro paese sono finiti alla ribalta delle cronache nere, o penali, o comunque amministrative. Dopo un tempo più o meno lungo, sono stati in qualche modo riabilitati, talvolta persino premiati. È un paese che dimentica, il nostro. Perché è più semplice. Perché il tempo che passa è più forte del dolore, dello sgomento, della necessità democratica di stabilire le responsabilità, e punirle. Il tempo rinnova l’agenda politica, istituzionale, sociale, e si parla d’altro. Oggi, quando si parla d’altro, quello di cui si tace non esiste più.

O forse, il nostro, è un paese che non possiede neppure i minimi criteri valutativi che dovrebbero fare capo all’esperienza, ai propri sbagli, alle ferite. Siamo così, noi italiani. Senza offesa per nessuno. Ci disinteressiamo di tutto ciò che non riguarda direttamente e in senso stretto la nostra quotidianità. Il vivere stretto, il recinto. Nessuno che abbia buonsenso può negare questo.

diaz1Quel che mi sorprende davvero, e mi lascia un profondo disagio nel vivere in questo paese e in questo ordinamento giuridico, è altro. Oggi, nel 2015, quattordici anni dopo i fatti, e tre dopo l’assoluzione definitiva dell’ex Capo della Polizia De Gennaro perché “i fatti non sussistono” (ma sussistono nel condannare l’ex questore di Genova Colucci a 2 anni e 8 mesi per falsa testimonianza in favore di De Gennaro), si torna a parlare di torture solo a seguito della sentenza di un organo sovranazionale. Come un professore che ci prende sottobraccio: Cara Italia, vedi, la tortura è un reato dappertutto, forse è giunto il momento di adeguare le fattispecie dei tuoi reati in questo senso.

Solo oggi torna attuale questo tema, e si avverte l’urgenza di definire con esattezza una serie di norme che per quattordici anni sono rimaste colpevolmente sospese. Oggi è un reato che all’improvviso deve essere regolamentato, con estremo rigore. E non per nostra iniziativa. Come se mangiassimo solo perché qualcuno ci ricorda di mangiare. Ecco, è così. Una legge contro il reato di tortura, dopo i fatti di Genova, era pane.

Si parla di decine e decine di stronzate, le pagine dei giornali sono piene di idiozie. E la gente muore, torturata dal suo stesso Stato sovrano. Quale vergogna maggiore? Quale prevaricazione di diritto più umiliante?

Avevo vent’anni, mentre si prendevano a sassate, a sprangate, a colpi di pistola. E da ventenne ho visto ventenni sanguinare, gridare, essere presi a botte fino a un passo dalla morte. E potevo esserci io quel 21 luglio, alla Diaz. Poteva esserci chiunque stia leggendo questo post. Chiunque condividesse le idee di protesta che portarono migliaia di persone a riempire le piazze di una Genova chiusa a chiave. Per questo dobbiamo inorridire, continuare a inorridire, per come il Centro-Destra, all’epoca, e il PD oggi, hanno gestito e gestiscono i fatti di quei giorni.

Tre anni dopo la morte di Carlo Giuliani a Piazza Alimonda, la Diaz e Bolzaneto, Francesco Guccini nel suo album “Ritratti”, dedicò un brano proprio a quel che successe lì.

È con le sue parole che mi piace chiudere questo post. Restano le più attuali e compiute.

Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.

Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.

Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante, resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.

[…] Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c’è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l’onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La “salvia splendens” luccica, copre un’aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita.

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