Le cose, le persone

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Ci sono le cose e ci sono le persone. Sento di precisare quest’ovvietà adolescenziale, anzi fanciullesca. Sento di precisare, anche, che le cose sono molto diverse dalle persone. Le cose non soffrono, non sanguinano, non pensano. Ci si può affezionare a loro, certo, ma nessuno potrà mai dirti Hai trattato male quel portapenne, oppure La tua vecchia felpa meritava un saluto, per tutte le volte che ti ha tenuto al caldo.

Ora questa differenza – ovvia banale stucchevole offensiva, – è sostanziale (imprescindibile?) per stabilire un qualsiasi rapporto tra esseri umani che non sia di convenienza, di semplice compagnia o senza alcun valore portante. Un rapporto del tipo pacchetto di fazzoletti: ti porto con me solo quando temo di averne bisogno, all’occorrenza ti uso, poi ti appallottolo, e ti butto via.

Ma queste ovvietà le sappiamo già tutti, vero? Certo che lo sappiamo, figuriamoci. Sappiamo sempre tutto noi. Infatti lo ripeto tanto per dire. Ho tempo da perdere. Ho tempo da buttare.

Aldilà delle sciocchezze, troppo spesso confondiamo una mente con un utensile, un cuore con un soprammobile. O magari veniamo trattati da oggetti noi. Ma tutta questa differenza tra le cose e le persone, dove sta? In cosa risiede esattamente? Possiamo provare, per gioco, a fare qualche osservazione. Vediamo. Una cosa puoi bruciarla, ad esempio, o puoi riporla, puoi ridipingerla, puoi smontarla, puoi sostituirla con una più nuova. Una cosa puoi ripararla, pulirla, dimenticarla da qualche parte, usarla, sfruttarla. Una cosa puoi ridurla in cento pezzi. Puoi tirarla lontano. Puoi anche sotterrarla. Una cosa puoi possederla, venderla, comprarla.

Una persona no. Niente di tutto questo. Una persona esiste in sé. E la sua identità è sua come i suoi occhi, le sue mani, i suoi zigomi e le unghie, le sue scapole, le sue vene, i batteri che abitano le sue interiorità. Una persona non puoi far altro che rispettarla, sempre. E questo è bene tenerlo a mente, perché trattare una persona come si trattano le cose è quanto di peggiore si possa fare nei suoi confronti. È un tentativo di annullare la sua identità, il suo percorso, il passato che ci lega a lei, i discorsi, le parole, le lacrime, i sorrisi. Il “ragionamento” è pressappoco questo: non occorre dannarsi l’anima nel recuperare un rapporto, perché con le cose i rapporti non esistono, esistono le proprietà, gli utilizzi, le opportunità. Di fronte abbiamo qualcosa senza valore. Non qualcuno. Non più un’identità che magari amavamo, o stimavamo, o a cui volevamo bene. Ma un oggetto da gettare e disprezzare perché ha finito il suo tempo, la sua utilità, il suo scopo.

Così però il rischio è che tutto diventi zero. Una persona diventa zero. E se ha un’identità poco definita si sgretola. Questo è un peccato mortale, non le bestemmie, le parolacce, le stronzate. Il primo peccato mortale è una persona trattata da non-persona. E che smette di sentirsi quel che è.

Certo, è più facile gestire gli accadimenti della vita senza discernere tra le due modalità. Tutto è uguale. Tutto viene trattato allo stesso modo. È più leggero, più disinvolto, meno impegnativo e meno contaminante. Basta un passo indietro. Basta dire: basta. E tutto si annulla in un attimo, senza frammenti, senza retaggi, senza avanzi. Basta stancarsi per gettare via, basta provare fastidio per distruggere, basta non avere voglia per incendiare. È tutto uguale! Pulito. Ferocemente banale. Del resto le cose mica hanno opinioni, e, se pure ne avessero, a chi interessano le opinioni delle cose?

Un palazzo che scricchiola puoi rinforzarlo, un muro lurido puoi verniciarlo, un prato trascurato puoi tagliarlo, seminarlo, coltivarlo. Nei rapporti con le cose puoi permetterti leggerezze che con le persone ti sono precluse. Proprio per questo le persone esigono riguardi enormi. Guanti bianchi, carezze, intensità, delicatezza, parole mai acuminate ma pesate, docili, vive. Sempre nuove.

Su questo aspetto, soprattutto, emerge un forte contrasto tra cose e persone, ed è l’ennesima banalità di questo post. Le cose non hanno il problema di perdonare, subiscono in ogni caso le nostre scelte su di loro. Le persone invece perdonano, ascoltano, decidono, scelgono. Possono riavvolgere situazioni, dimenticare, superare, ignorare, evolversi, ritornare. Forse spaventa questo. Le persone non puoi controllarle. Ma è proprio da due libertà che si incontrano e si scelgono che nasce un rapporto rilevante.

Ma è una più di tutte la variabile discriminante, la differenza sostanziale: le persone smettono.
Possono smettere. E smettono tutto prima o poi.

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