Un padre e l’altalena

Papà,
sono anni che non ti faccio gli auguri.
Non amo molto i confini delle ricorrenze,
troppo netti, troppo violenti.
Sono confuso,
incerto,
forse molto più figlio
che altro.
Che padre.

Sono stato figlio anche io.
Si può dimenticare?
Sì, si può dimenticare.

Mia figlia è su un’altalena,
in un quadrato verde
grande come una stanza.
Si allontana da me,
poi torna vicina.
Poi si allontana. Poi si avvicina.
E ride.
Questo abbiamo, adesso.
Qui dentro cerchiamo di esistere.
Resistere.

“È colpa nostra, di tutti.”
Dicono così.
E dicono: “La natura ristabilisce equilibrio”.
“Rispettate le regole, state in casa”.
“Ci sta bene. Impareremo la lezione”.
Io credo soltanto che il nostro tempo
qui,
sia talmente poco,
talmente impalpabile,
talmente prezioso,
che sia un delitto passarlo lontani.
Ogni attimo un delitto.

Questa lezione come si impara?
A tutto questo come ci si rassegna?

Adesso è così per tutti, papà.
È necessario, nessun dubbio,
ma non per questo meno straniante.
Non so spiegarti cosa sia successo.
Come, perché, né quanto durerà.
È complicato.
Come la tua assenza.
Come la mancanza di ogni gesto
che in questi anni non hai potuto fare.
Mi basterebbe, per stare poco meglio,
adesso, averti qui, qualche minuto.
Mi basterebbe che spingessi tu
Con delicatezza
L’altalena di mia figlia
Al posto mio.

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