Io sono di carta

Sono di carta.

Mi guardo le spalle, le braccia, le dita su una tastiera consumata. Sono di carta. Sono quello che i miei occhi leggono di me, quello che le mani scrivono. Sono le parentesi che chiudo, i due punti dopo cui mi spiego, gli spazi, le esitazioni, i punti interrogativi che correggo in esclamativi, le frasi che concludo.

E non posso fare più nulla, adesso, per tornare indietro, quando avevo muscoli, e carne, e sangue. Quando sudavo, quando piangevo. Quando correvo dietro le persone, e sbagliavo, e correvo ancora, e le storie degli altri mi sembravano tutte romanzi perfetti. Ogni sorriso un paese abitato. Ogni carezza una luce accesa. Ogni sguardo una storia. Sono di carta.

Prima vivevo da vicino. Ero qualcosa che si intersecava con tutto. Che toccava le cose, le annusava, dava loro spazio. Ero qualcosa di impreciso, mi innamoravo ogni attimo, di ognuno, e non smettevo mai. Non sapevo come smettere, come riprendere fiato, come perdere tempo. Non sapevo riconoscere le scelte, né quello che ogni scelta ti porta via.

Oggi ho smesso. Oggi sono di carta. Non vado più addosso alle cose, non le investo, non le travolgo senza freni. La mia vita, parallela ad ogni altra e non più incidente, diventa luogo di riflessione, luogo di attesa, luogo di osservazione privilegiata. I miei pensieri fluiscono via dalla testa come liquidi di scolo, si accavallano, si mangiano, si imprimono ovunque ci sia un posto adatto a dar loro dignità. E le idee, i personaggi, le situazioni, i dialoghi, diventano pretesti per parlare di me, per dire la mia su cose che non amo, o amo troppo. Su obiettivi mancati o centrati in pieno, su rimpianti e progetti. Su paesaggi e davanzali.

Sono di carta. Sono tutto quello che metto sulla carta. Senza filtri, senza impaccio, aggiusto le parole in un progressivo approssimarmi a ciò che avverto, in un lavoro di limatura che sempre di più assomiglia alla parte bella della mia vita. 

E conosco sempre meglio personaggi che porto dentro da anni, e che aspetto di raccontare. Li faccio parlare, li faccio sbagliare, li faccio cucinare, li faccio partire per luoghi lontani, o rientrare prima che faccia buio. Mi limito a osservarli, mi limito a descriverli.

E mi succede questo. Mi succede che sono molte di più le cose che scrivo rispetto a quelle che dico, che penso, che provo. Mi succede che la scrittura dica di me più di quanto sappia dire io. Mi succede che sono di carta, e la carta amplifica quel che credo di provare, lo allunga, lo allarga, lo rende vulnerabile e indifeso. Le persone che leggono capiscono. Capiscono quel che io volevo dire, proprio quello. E sempre più precisamente. Sembra poco. È un miracolo.

Spaventa anche un po’. Perché sono di carta, sono le mie parole. E le parole stampate sono così: decise, fisse, consegnate alla realtà. Irreversibilmente. Le parole sono un passamontagna, con cui derubare qualcuno di qualche pensiero. Sono abbandonate in attesa che qualcuno le incontri, le afferri, le porti con sé. E ne faccia bagaglio.

Sono di carta: prendo fuoco, volo via, mi accartoccio, sbiadisco, trascoloro. 

Nonostante questo, tra tutte queste maledizioni, in mezzo a tutti questi deliri, non smetto di significare. Perché sono di carta, e la carta è così. Si imprime, si imbeve di inchiostro. Poi basta.

 

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