Il reato di un figlio

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Si parlava di tante cose. Si parlava con leggerezza, come si fa sempre tra mezzi sconosciuti, quando si tratta ogni argomento possibile in attesa di un cortocircuito, una fibrillazione, qualcosa che meriti una sosta, un indugio, una riflessione.

Non saprei dire come, ma siamo finiti a parlare di maternità e paternità, così dal nulla, di fronte a un caffè decaffeinato, a un tè caldo, in uno dei tanti bar poco frequentati di Roma.

Ho avuto subito una sensazione di inadeguatezza, e non perché non sia ancora padre – si può parlare di questo argomento anche come progetto, predisposizione, gioia –  del resto, non sei madre neanche tu. Ho avvertito qualcosa di simile a un rifiuto, come se fosse prematuro parlare di queste cose quando non ci si conosce a fondo. Come se fossero argomenti di un livello avanzato, il quadro finale dei videogiochi, il boss.

Non credo si possano intuire così, davanti a due tazze calde, i motivi per cui esista un desiderio più o meno forte, o si abbiano, in certi stagioni della vita, la risolutezza, il coraggio, la predisposizione, la sfrontatezza, e tutto quello che ci vuole per mettere al mondo un figlio. Ci sono troppi nodi e fili lunghissimi e implicazioni irrisolte e complicanze incomprensibili e istinti innati e scelte e casualità che sono differenti in ognuno di noi, questo è chiaro. 

Ecco, a un certo punto si scherzava sul fatto che, diventare padre – madre – sia una sorta di missione, qualcosa a cui siamo chiamati come esseri umani, prima o poi, per elevare il senso della nostra esistenza oltre noi, dopo noi, altrove. E che, diventarlo, sia una sorta di addio alla vita, una continua rinuncia, un inquinamento dell’esistenza, per come siamo abituati a viverla e goderla fino al momento prima di stringere tra le braccia un piccolo erede.

– Ma chi me lo fa fare? Sto tanto bene così.

– Basta che poi, quando invece di 40 anni come oggi, ne avrai 45, o 50, non dirai che hai perso l’occasione per farlo. Diventare madre ha un tempo, non è un semplice desiderio.

– Io non l’ho mai sentito, forse non ho mai incontrato una persona giusta per me… non lo so… ma anche adesso, che con lui va molto bene e andiamo a vivere insieme, e siamo felici, io non ci penso.

– Allora va bene così. Non tutte le donne sono madri.

Il discorso pareva banalmente chiuso. Ci potevo stare, potevo accettare il punto di vista condivisibile di una femminilità che non ha l’istinto della procreazione. Ne avresti avute di antenate illustri. E poi, fondamentalmente, mi sarebbe bastato perché la franchezza basta sempre. Quel che non riesco più a tollerare non sono le idee diverse dalla mia – per cui provo anzi un certo fascino perverso e sublime – ma le scuse false che si mettono in campo per non dirsi la verità, per non guardarsi in faccia, o dentro. Le scuse che diventano rinunce.

A un certo punto hai detto: – Sarebbe un reato mettere al mondo un figlio senza potergli garantire l’essenziale.

Quelle due parole – reato, figlio – non le avevo mai ascoltate così vicine in una stessa frase. Mi hanno fatto male. Ho pensato ai miei nonni, ho pensato ai miei genitori, a un sacco di gente, in realtà. Ma non sono riuscito a dire niente, ho aspettato, ero certo continuassi.

– E per essenziale intendo una vita piena di cose, non solo lo stretto necessario per vivere.

Avrei voluto dirti che ti stavi contraddicendo. Avrei voluto dirti che l’essenziale è lo stretto necessario. Avrei voluto dirti che tutto quello che abbiamo avuto noi, a cascata da almeno tre quattro generazioni di sacrifici, non è un fondamento minimo da assicurare ai nostri figli per essere buoni genitori. Come a dire: se fai altrettanto di tuo padre sei un buon padre, altrimenti no. Avrei voluto dirti che mi stava bene quel fatto che non te la senti ” ‘sta cosa di un figlio”, ma che non c’era bisogno di metterla in un modo irreale per farlo sembrare più reale ancora. Eppure lavori, e lui lo stesso, e potete permettervi una vita più che dignitosa. Rispetto a tante persone che ci provano, avete meno variabili da gestire, meno difficoltà oggettive.

Mentre continuavi a cercare di spiegare aspetti del tuo punto di vista confuso, io non ero più di fronte a te. Pensavo a com’è radicalmente cambiato in vent’anni il concetto di essenziale. Pensavo a quanto sia irreversibile, nettamente irreversibile, e pesi come una condanna sui nostri futuri.

Noi senza garanzie non ci muoviamo, i nostri genitori senza garanzie creavano il mondo. Abbiamo avuto tutto e ci preoccupiamo di non riuscire a darlo ai nostri figli.

Eccolo il cortocircuito. Questa guerra senza tempo, senza bandiere e senza eroi. Questo investimento falsato nelle premesse.

Mi hai sorriso, mi hai salutato. A me è rimasta un’inquietudine sottile per qualcosa che non so, ma sento. Bisognerebbe costruirsi, prima. Bisognerebbe impararsi, imparare più possibile di ciò che si è, andarsi a conoscere nelle cavità più profonde di se stessi, dov’è buio, dove fa paura, dove ci sono tonalità che non sappiamo, dove nascono i terremoti di dentro che distruggono ogni cosa che dura, che ci privano della gioia di utilizzare le mani per mettere in piedi qualcosa che sfidi il tempo, lo sfidi davvero. Essere uomo e donna, prima di essere padre e madre. Perché essere uomo e donna viene prima. Radice, prologo, innesco.

Essere qualcuno, per saper amare qualcun altro.

I figli vogliono essere amati, e poi andare via senza troppe interferenze.

Soltanto questo, col dovuto rispetto, mi pare davvero l’essenziale.

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