L’inizio dei romanzi

Invidio chi non ha un sogno preciso.

Qualcosa che cominci a martellare il petto, da dietro, da dentro, un attimo dopo che ti svegli.

Non parlo di obiettivi concreti; ci si diploma, ci si laurea, si lavora, ci si sposa, ci si ama e ci si ama ancora. Non è quello che ognuno fa con la propria vita, e nella propria vita, a incuriosirmi, a tormentarmi. Del resto, ognuno fa quel che può e quel che riesce a fare. Ci sono troppe variabili in ballo per ipotizzare meriti.

Quel che mi tormenta, per chiarezza, è ciò che una persona diventa nella propria vita. Non ciò che fa, ma ciò che è, ciò che a un certo comincia ad essere al posto di qualcos’altro. L’eventualità che diventa realtà. In quella mutevole e infinita varietà di personalità, appartenere proprio a quel modo, a quel tempo, a quella dimensione. Ecco, perché?

Come sono arrivato di fronte a questo schermo, bianco, a questo blog che fagocita parole nell’infinita e continua metastasi comunicativa del mondo?

Non saprei. Per quel che riguardo me, non mi conosco. Cerco da anni di capire come sono finito qui.

E non conosco nemmeno i moti, le devastazioni, che mi tengono sveglio di notte, di fronte a uno schermo, a parlare con qualcuno che non esiste, se io non scrivo di lui. E che poi lentamente comincia a farlo, pezzo dopo pezzo, come un puzzle che non raffigura nulla finché non è concluso. Non mi conosco. E non conosco Lidia, Giada, Maria, Cecilia, Rossana, Vittoria, Giulia e tutte le altre donne che ho amato prima di scriverne. E non conosco gli uomini, e i bambini e gli anziani e gli animali. Non conosco me, non conosco nessuno. Eppure mi sento in certe stanze piene di gente, dove ognuno dice la sua, dove un vecchio personaggio pretende che usi quella parola a cui è affezionato, e un altro mi boccia un capitolo del nuovo romanzo perché troppo, davvero troppo banale.

Ecco, vorrei portarci un amico, mia madre, uno che passa per strada e mi guarda male. Ma come si fa? Come si fa a descrivere accuratamente questa cosa a qualcuno, al punto di farlo innamorare? Come si fa a spiegare il rapporto che si crea con ciò che hai creato?

Ecco, invidio chi non ha un sogno preciso. E non parlo di ragioni di vita, di massimi sistemi, di nulla di questo. Parlo di vivere le proprie giornate senza alcun tipo di serena compiacenza, né di totale appagamento. Sopra braci. Come se quel che pensi e vuoi scrivere in qualche modo ti possegga, e trovi pace solo dopo averlo reso coerente, godibile, acceso. Almeno vivo.

Non so come diavolo ci sono finito qui, davanti a una tastiera. E non so come convivo con questa sensazione che porto nel petto come una zavorra. Non so cosa manca davvero, ma manca sempre qualcosa. Parlo di quell’incauto bisogno che ho di essere deluso ogni volta, come se, ad ogni barlume che confermasse quella delusione, fossi insanamente felice di aver fallito e di poter provare ancora.

Un perenne tentativo, e idee che muoiono o, peggio, restano imbrigliate in quel luogo dove non smettono mai di essere idee e non riescono a essere dimenticate. Un limbo delle storie che non scriverò, un luogo che non comprendo ma che mi contiene.

Però ho imparato una cosa, fondamentale: abbiamo tutti un’enorme opportunità. Dobbiamo imparare a gestire gli inizi delle cose, le fonti, quelli che contengono ancora tutto quanto. Chi gestisce gli inizi è padrone del futuro. Chi è padrone del momento in cui qualcosa comincia, decide la sua deflagrazione. Ne è innesco.

L’inizio dei romanzi è delicato, un momento intimo e talmente esatto che non lascia scampo. Come il primo sguardo che rivolgi a uno sconosciuto. Come un alfabeto segreto che garantisce comunicazione indisturbata. L’inizio dei romanzi esige esclusività. Per questo, adesso, che ho iniziato a scrivere qualcosa a cui tengo molto, ho deciso di dirmelo. Di urlarmelo. Ho scelto questa storia invece di tante altre, e vado così.

Esco fuori da questa stanza, dove non ci sono più tutte le idee (e le persone, e i personaggi, e i temi) che ho in testa. Ce n’è una soltanto.

Quella di cui mi prendo cura.

(E dovrebbe essere così anche per tutte le altre cose della vita).

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