L’inizio e la fine (senza quello che succede in mezzo)

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Non sarò certo io a dire cosa penso della fine delle storie. Non mi va, non mi interessa, non è quello il punto focale dei rapporti tra le persone. Certo, è la fine (o la sua assenza) a dare ad un rapporto la tonalità definitiva, quella che lo ripone nello scrigno intimo dei rapporti di una vita.

Adesso, però, e non so perché, ho scoperto una spasmodica passione per gli inizi. E credo dipenda da una riflessione di fondo, già fatta altrove e lasciata fermentare nel cervello, nel cuore, o dove diavolo vanno a finire le idee che non trovano pace finché non le scandagli con ogni angolo di te.

La riflessione è semplice. La fine è qualcosa che ci riguarda meno. Spesso succede, spesso la subiamo, arriva senza avvisare, e interrompe, recide, elimina. La fine delle cose non lascia appelli, non è nella sua natura. La fine è fine perché finisce. Altrimenti è pausa, distacco temporaneo, ridefinizione.

L’inizio no. L’inizio non ha questa imminenza. Viene spesso confuso con il principio di qualcosa. E invece non si limita a essere la prima serie di momenti in cui qualcosa accade – il primo sguardo, le prime parole, la prima carezza, il primo sorriso. L’inizio è qualcosa che non c’era. E assume una forma che non avevamo mai conosciuto prima. L’inizio di qualcosa non è uno (magari!), ce ne sono miliardi, tutti diversi, ognuno con una velocità propria, ognuno con quel sapore che è solo suo, ognuno con la dolcezza, l’asprezza, il brivido, la paura che stia accadendo davvero. Si tratta di un processo lento, che accade sotto la pelle, dove sentiamo tutto e governiamo poco.

Sarebbe bello capirlo prima. Questo pensavo. Sarebbe bello intercettare le cose prima che capitino davvero. Intuire gli inizi prima che inizino. E dar loro la forma a cui sappiamo volere bene. Dare agli inizi l’aspetto psichico e emotivo che ci sta a cuore. Sarebbe davvero la chiave per dare dignità e valore alle cose, ai rapporti. Indirizzarli. Dare loro un nome prima che si battezzino da sé.

Bello. Pensateci. Cogliere in tempo la sensazione che qualcuno si sta avvicinando, come quel sentore di freddo sulla pelle un attimo prima che piova. Avere la cognizione di tutto, la consapevolezza che ogni carezza, ogni sillaba, ogni silenzio, ogni bugia, sono strade. Eventualità che cambiano le mete.

Bello. Forse poco naturale. Forse poco spontaneo. Ma non mi riferisco all’estremo calcolo, alla mancanza di imprevisto, al controllo di tutto ciò che è o potrebbe essere. Sai che palle. Mi riferisco solo alla possibilità, poco umana, di percepire che stiamo esistendo in maniera nuova, del tutto affrancata da quel che confondevamo con la vita. Percepire il cambiamento mentre si cambia. Un fiore che si sente già fiore mentre sboccia.

Questo vorrebbe dire cogliere le potenzialità reali di qualcosa prima che si manifestino. E porle come obiettivo.

E poi l’inizio ha questa cosa, meravigliosa, che la fine si sogna. Non inizia da solo. Ha bisogno di qualcuno che lo faccia iniziare con te.

La fine puoi deciderla tu, da solo, seduto a un tavolo da sparecchiare, con il sole che smette, e tramonta, con la gioia che non ricordi più cos’è. La decidi, e diventa rimbalzo acuminato per chi la subisce. 

L’inizio non lo decidi tu.

Devi capirlo, devi curarlo. Devi sentirlo.

Devi accettarlo, soprattutto. 

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