Il tempo, uno scoglio, mio padre ed io

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Dicono che il tempo sistemi le cose.

Che abbia il potere, la capacità, la forza, di far passare tutto, renderlo innocuo, lontano, pacifico. Che abbia l’ampiezza necessaria per includere tutto ciò che siamo adesso, e tralasciare i pezzi che, per strada, in una vita, dimentichiamo, smarriamo, buttiamo via. I pezzi, le persone, i ricordi che ci legano a ognuna di loro per sciocchezze o meraviglie.

E dicono, gli stessi, che il tempo abbia il potere di sgretolare i ricordi, sbriciolare tutto, polverizzarlo, fagocitare ogni cosa, divorarla nell’oblìo di una memoria che non esiste. Come un fiume in piena, impetuosamente, trascinare tutto, verso un luogo nel quale non si distingue più. Dove il passato è semplicemente passato, punto. Dove il passato è trascorso e non fa più male, non fa più bene. È solo narrazione dimenticata e asettica di una non-appartenenza.

Ecco, non è così. Non per me. Sono stronzate.

Quattordici anni fa, oggi, ho fatto tante cose per la prima volta. Ho imparato tante cose all’improvviso. Quattordici anni fa ho imparato che si muore veramente. E che le persone che abbiamo accanto sono precarie come il sole in certi giorni d’autunno. Che le persone a cui vogliamo bene possono farsi male, cambiare, smettere di essere qui come smette qualcosa di bello, senza alcun preavviso, senza alcuna pietà.

Quattordici anni fa, oggi, correvo da un ospedale a servizio funebre. Da una camera mortuaria a un cimitero. Luoghi fino a quel momento proibiti per la soffice tutela che si riserva ai bambini. Sceglievo una cassa. Un marmo. Un carattere per la scritta. Quattordici anni fa avvisavo chiunque di qualcosa che ad ogni telefonata mi sembrava più vero, più reale, inaccettabile.

E non trovavo tempo per piangere. Non mi uscivano lacrime. Non si inumidivano gli occhi.

Quattordici anni fa, in qualche modo violento, ho smesso di essere bambino. È successo in poche ore, e le ricordo istante per istante. Potrei disegnarle. Potrei dirvi di che colore erano, di che tonalità, di che spessore. Quattordici anni fa ho chiesto a mio padre dove si va quando si muore. E perché non avrei dovuto fare drammi per uno scudetto dell’Inter perso all’ultima giornata. Gli ho chiesto perché si muore quando si hanno ancora così tante cose lasciate a metà, rivincite da giocare, amori sospesi come altalene.

Poi è vero, su questo hanno ragione: gli anni passano veloci, i ricordi si assottigliano, le fotografie perdono colore. Ma quest’anno mi manchi in modo diverso, all’improvviso mi rendo conto che è quasi mezza vita che non ci sei più.

Dicono che passa tutto. Ecco, no, questo non passa. Non passa più. Questo senso di precaria vitalità, questa parentesi di gioia, questo dolore, questa inutilità che dilaga dentro come un secchio d’acqua che si rovescia a terra.

Dicono che il tempo la asciughi, la faccia passare. Non è così, non lo è stato, almeno per me. Esiste qualcosa che rimane dentro, residui luminosi. Qualcosa che non soffre gli anni. Lo smarrimento di una mancanza, la responsabilità di un’assenza. Esiste un senso di profondo avanzare, realizzarsi, scegliere la strada migliore per se stessi e per le persone che ami, che hai amato, che amerai. Ma di contrasto a questo incedere incalzante, c’è qualcosa che rimane, una radice, uno scoglio che è lì, a separare la piena. Incurante di tutto. Saldamente inchiodato a terra. Da cui provengo e su cui mi piace pensare di essere al sicuro. Qualcosa da imitare e da abbracciare ogni volta che voglio sentirmi figlio, ancora una volta. Come ci si sente figlio? Questo, soprattutto, non rammento più.

E ho dimenticato che significa averti intorno, toccarti, confidarti idiozie da ventenne, ascoltarti ridere, aspettarti tornare, osservarti guidare col braccio sempre fuori dal finestrino. Ho dimenticato soprattutto il gesto principale di una presenza, il sapore di una cordialità, la complicità di un rapporto che cambia continuamente restando lo stesso.

Ho dimenticato tutto senza dimenticarti. E fa male, nonostante tutto questo tempo trascorso. E non fa male come prima, non come quattordici anni fa, ma sempre di più. Molto di più. Diversamente. Perché oggi ho imparato cosa significa fare a meno di qualcuno, e ho accettato che non si può fare altro che accettarlo.

Non ci sei. Il tempo continua a fagocitare la vita. Non solo fuori, soprattutto dentro. Dove le ore non sono ore e i minuti nemmeno minuti. Dove ogni variabile temporale che abbiamo imparato non vale nulla. Eppure esiste qualcosa che non passa mai veramente, si limita a mutare. Una mancanza alterata ogni volta da un diverso dolore, inquinata ogni volta da una diversa nostalgia con cui fare i conti.

E poi ci sei te, che ridi, sicuramente, da qualche parte.

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