La voce di mio padre

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Mi manca la voce di mio padre.

Mi manca da un po’, in maniera esatta, con quell’incastro di gioia e dolore con cui mancano le cose che dimentichi, lentamente, senza volerlo, a cui ti aggrappi e che non riescono a sostenere il peso della memoria.

Tra tutto quello che può mancare di un padre, mi rendo conto che, per anni, non ho mai pensato alla voce. Ci sono state assenze più urgenti da gestire. Mi sono mancati i sorrisi, tantissimo. E quel modo di prendere la vita come se si trattasse di un eterno equivoco, di una perenne formalità ridicola, da intercorrere in mezzo a bellezze molto molto più serie. E rimproveri! Quanto mi sono mancati i rimproveri secchi, quasi silenziosi, i disappunti che tagliano senza ferire, che sanno assumere una posizione netta e non per questo disperata. E il riferimento soprattutto. Mi è mancato come l’aria, certe volte. Come quando nei libri c’è qualcosa che non sai e sfogli fino alla bibliografia, e cerchi di ricostruire come quel concetto abbia preso forma. Un padre serve anche a dirti da dove proviene l’idiozia che a volte ti domina, o la sfrontatezza, o la codardia. In qualche modo è stato te, prima di te.

Ma alla voce no, non avevo pensato. Mi sembrava accessoria. Come se nel computo di un ricordo, la tonalità fosse superflua. Del resto cosa conta come dici le cose, rispetto a quali scegli di dire?

Eppure, adesso, sento il vuoto dell’oblìo. Quella caratteristica vocale che era solo sua, quelle parole appoggiate sulle labbra, quasi gettate fuori con forza, abbandonate al mondo, lasciate a se stesse. Fiori su un dirupo. E quel dialetto celato, quel modo di ridere senza ridere, usando solo gli occhi, e la parte alta degli zigomi. Quel minimo gioco di controsensi, che sembrava dire tutto e diceva tutt’altro.

Le sue fotografie, un po’ dappertutto, ravvivano l’immagine che è stata, e che porto nel cuore così com’è, senza indecisioni. Sono antidoto alla malinconia. Sono promemoria di un addio precoce, ingiusto, ma il suo viso, lì dentro, combatte il tempo che passa con dignità. Sa restare. E le fotografie, da decenni, hanno imparato ad aiutare la memoria, hanno raccontato storie, hanno sovvertito idee, hanno disegnato ciò che poi, dentro, sul fondo della memoria, è rimasto acceso.

Le voci no. Per chi se n’è andato prima della rivoluzione digitale, la voce è qualcosa di difficile reperimento. Qualche filmino sciocco, magari, che ha resistito al deperimento. E di fronte alla difficoltà di trovare qualcosa ci sono fondamentalmente due atteggiamenti: quello di chi rinuncia, perché il tempo procede in avanti e il passato è una radice, che sostiene ma non intralcia; e poi c’è quello di chi pensa che il passato è certo una radice, ma non deve limitarsi a sostenere e non dare intralcio, deve nutrire, dare linfa, vita.

Per questo, ho rincorso il passato. Ho sollevato valigie, spostato libri, spolverato vecchi armadi sigillati. Per questo ho cercato quello che desideravo. Perché, quando capita di avere voglia di qualcosa, spesso si capisce che in realtà è un bisogno.

Casa di mia madre è la stessa. Anche il vecchio mobile in cui collezionavamo cassette che sono passate di moda troppo presto. Ne ho trovate due. Filmini di vacanze. Quando io ero un chicco di grano e il mondo più lento. Quando i miei genitori erano insieme, e la sera, nel letto, ripassavo latino per il giorno dopo. Quando ancora le parole le aspettavo senza dirle – e non pensavo di averne poi troppe. Ero molto più orecchie che idee.

Ho trovato le cassette ma ho avuto il problema di come guardarle. Collezioniamo ricordi e non abbiamo possibilità di consumarli, ci priviamo del mezzo. Io ho sostituito da tempo il videoregistratore con un blu-ray di ultima generazione. Mia madre no. Mia madre non l’ha ancora fatto. Ha un lettore dvd e vhs. Funziona ancora, perché cambiarlo?

Una volta le cose persistevano. Avevano una vischiosità che era il loro valore. Erano sostituite per necessità, non per vezzo. Ed era così anche per i sentimenti e per le idee e per le felicità. Lo giuro, anche se lo ricordo appena.

Tengo le cassette al petto come un cimelio, come un neonato sopravvissuto a un bombardamento e non riesco a premere play. Ne ho persino infilata una. Sono rimasto davanti allo schermo nero per un tempo che non ho capito. Che non ho quantificato. Che non ho saputo accettare in un modo diverso dalla paura.

Non so cosa serva davvero, adesso.

Non credo sia solo vile, non credo si tratti di mancanza di coraggio. Non credo si tratti di ferite aperte, di lutti non elaborati, di storie di anni e anni di psicoterapia. Non credo davvero.

So che le guarderò, fino all’ultimo secondo. E le guarderò ancora. E le lascerò fermentare per chissà quanto, poi tornerò a guardarle, per capire lo scarto tra quello che riesco a ricordare e quello che dimentico continuamente. Le guarderò fino ad impararle. Fino a custodirle oltre il tempo.

Le guarderò. Adesso no.

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