Disinnescarti

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Hanno questo di strano le cose che esplodono. Possono esplodere anche dopo la fine delle guerre. Non hanno un interruttore che le disattivi a conflitto finito, non rispondono a nessuna regola, in sostanza sono imponderabili. Magari giacciono sotto il pelo dell’acqua per anni, o sotto un dito di terra, o tra le erbacce trascurate. Magari sono a un metro da dove prendi l’autobus, di fronte al posteggio dove parcheggi ogni sera, fuori al supermercato dove fai la spesa. Non puoi saperlo. E ci vivi intorno, col rischio di saltare in aria da un momento all’altro. Loro se ne stanno immobili, riposano a lungo, talmente a lungo da sparire nell’oblìo della memoria.

Certo, sono lì, ma non esistono. Tu non le vedi. Non hanno odore, non hanno sapore, non ingombrano. Sono rimaste impigliate da qualche parte, ma a te che sei occupato altrove che vuoi che importi di quel che resta nascosto? Adesso è tempo di vivere alla luce, all’aperto, a fronte alta. Che importanza ha, nell’economia terrificante di un dopoguerra, qualcosa che è stato lanciato quando ci si voleva ancora uccidere, qualcosa che è lì per fare del male, qualcosa che adesso alla fin fine nessuno sa bene dove sia davvero?

Tu hai cominciato a ricostruire. Spali via macerie, porti via sassi, cadaveri, animali. Tiri su palizzate, pianti qualche albero, è bello sedersi all’ombra qualche volta. Il tempo passa, piano, ma quel paesaggio post-atomico assomiglia sempre più ad una città. Gente che passeggia, qualcuno che ride, ragazzi che si baciano sui muretti illuminati. A te non basta, sei stato troppo a lungo sotto le bombe, sei stato troppo a lungo al buio, mentre gli aerei nemici ferivano le tue strade, i tuoi occhi, la tua vita. Hai voglia di equilibrio. E allora costruisci palazzi bellissimi, giardini, piazze. Arredi con cura le vie lastricate a mattoncini. Le illumini a festa. Le colori di fiori.

Che bello è quando tutto si trova al suo posto? Quando tutto serve a qualcosa, e funziona bene, ed è fluido?

Così respiri, mentre dentro di te è ancora tutto un cantiere aperto. Perché vedi la serenità, per un attimo. La vedi e la senti e ti accarezza. Forse per quello ti convinci che abbiano smesso di fare male. Le cose che esplodono, dico. Del resto, ti ripeti, come potrebbero più fare del male se nemmeno ricordi bene cosa siano, dove siano, e perché abbiano un portato emozionale così pericoloso? Ti guardi intorno. Sei cambiato così tanto che ti sembra di vivere una vita diversa, invece è solo il secondo tempo della tua. E quel che prima esplodeva al centro del petto, oggi è periferia. Così alzi le spalle e vai avanti. Sei così. Non ti arrendi. Vedi sempre la gioia, vedi sempre la vita dentro le cose. Anche dentro quelle che esplodevano, anche dentro quelle che ti hanno lasciato esanime, a terra, quasi morto.

E loro lo sanno. Hanno una pazienza infinita. Si lasciano dimenticare. Del resto, che fretta c’è? E tu pensi che non sappiano più esplodere. Confondi l’età con la sostanza. Come se il tempo asciugasse la polvere da sparo, bonificasse i campi minati, garantisse pace. Il tempo non fa nulla di tutto questo. Forse attenua qualche ricordo, distrae, deterge qualche ferita. Tutti dicono che passa in fretta, che travolge, che è inarrestabile, e che, implicitamente, aggiusta tutto quanto. Ma i sogni corrotti come si riparano? Le ambizioni deluse? Le cose belle della vita che manchi per piccolissime asincronie? Tutto questo chi te lo restituisce? Il tempo?

Il tempo sistema le cose. Te lo hanno ripetuto milioni di volte. E invece non è così. La verità è che il tempo non fa nulla se non lo fai tu. Fino a che continuerai a dimenticare senza aver dimenticato, le cose che esplodono saranno sempre lì, a due passi da te, pronte a sorprenderti. Non ci sono strade alternative. Non ci sono sotterfugi, scorciatoie, rimedi. Devi disinnescarle. Il tempo non sa farlo. Devi metterti lì e farlo tu. Piano, con tutte le accortezze che sai, che puoi e che ti devi. Solo chi rende definitivamente innocue le guerre passate può ambire a un futuro di pace. La memoria fa più danni del presente. 

Lo dicono in molti: è quello che manca quello che fa male. Io comincio a pensare che a fare davvero male, invece, è quel che hai se non sai gestirlo, se non sai apprezzarlo, se non lo scegli ma lo subisci. Per questo, mettere le mani in mezzo ai fili colorati e cominciare a disinnescare tutto ciò che, dentro, può ancora esplodere significa prendersi grossi rischi, ma significa anche evitare il rischio più grande: vivere con la paura, costante, continua, che torni qualcosa che sappia sovvertire tutto ciò che abbiamo costruito nel frattempo: un equilibrio meraviglioso. Perché solo il futuro ha il diritto di accadere.

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