Già scrivevo

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Nel frattempo è passato un anno, è proprio il caso di dirlo. E in perfetta coerenza con l’abitudine che ha il tempo di passare a perdifiato, io non me ne sono quasi accorto.

Mi ritrovo capelli bianchi in quantità, ho una casa che arricchisco ogni tanto con qualche pezzo d’arredamento, e so che non sarà mai completa (le case sono incomplete per definizione). La finestra da cui ammiravo i Castelli Romani, Rocca di Papa, Marino e Castel Gandolfo, adesso si apre di fronte ad un orrendo palazzo moderno, di vetro e metallo, che resterà disabitato. Ho perso qualche chilo, ma l’ho ritrovato quasi subito. Ho riscoperto la gioia di stampare le fotografie e di incontrarmi con le persone, di parlare guardandoci negli occhi. L’avevo dimenticata. Mi bastava un messaggino, una chiamata, e la pratica era sbrigata. Amici come sempre. Ah, ho imparato finalmente a conversare in portoghese, o quantomeno a capire quel che mi viene detto (lentamente). Ho ripreso in mano vecchi libri con occhi nuovi, ho scritto moltissimo, come forse mai prima. E per la prima volta nella mia vita posso dire chiaramente di sentire una profonda gioia (euforia? ottimismo?) all’idea di avere un figlio. Di crescerlo senza rincrescerlo.

Sento un equilibrio che prescinde da me. Non so spiegarlo. Una sorta di pedana sotto ai piedi che non è assolutamente vincolata alle cose sciocche della vita. Un filtro. Un rifugio. Qualcuno mi dice che sono fondamenta solide, che è merito della mia famiglia blablabla, che è merito delle persone che ho intorno blabla, che è merito di Dio bla, che è merito della fortuna bla. Io non penso ai meriti, sono talmente difficili da intercettare che preferisco lasciarli andare. Penso ai risultati e a me, che non ho trascurato le cose quando sarebbe stato molto più facile e immediato, a me che non ho mollato quando non c’era più aria nemmeno per respirare.

Penso a chiamarle innanzitutto radici, non fondamenta. Le fondamenta le costruisci una volta, poi stanno lì. Tengono in piedi senza alimentare. Le radici crescono con te. Ti danno stabilità e sono il circuito vitale che ti consente di realizzare ciò che sei.

Non me ne vergogno e lo dico chiaramente: io questo blog non avrei voluto aprirlo. Non avrei potuto, almeno. Tutto sembrava portare alla conclusione che non era il caso di imbarcarsi in una simile avventura. E non tanto per il blog in sé, che richiede qualche giorno di intenso lavoro e poi viene gestito come si vuole, ma per un fatto di coerenza. Di impegno. Sono abituato a fare le cose come mi piace, e come le ritengo giuste, e avvertivo addosso la fatica e la delusione di un impegno che non avrei saputo mantenere. Ci logora come nient’altro veder appassire qualcosa che abbiamo piantato con la speranza di vederlo crescere rigoglioso e sicuro.

Avevo tenuto addosso l’idea per mesi. Aprire un blog? E perché mai? Avevo già un sito, in fondo. E scrivevo altrove, già scrivevo. Già scrivevo, nella solitudine di una lampada al neon che sbiadiva la mia tastiera. Avevo spazi, avevo obiettivi, avevo occhi che in qualche modo mi seguivano. E leggevo con passione. E studiavo una lingua straniera. E avevo una relazione che mi impegnava molto. E lavoravo, certo, anche quello. Facevo sport. Uscivo con gli amici. Vedevo la mia famiglia, quanto possibile. Non c’erano interstizi entro cui collocare un’attività che a conti fatti ridondava, che forse non avvertivo necessaria, che in sostanza era un qualcosa di equivocabile con un maggiore desiderio di scrivere per qualcuno, e che mi preoccupava per l’esposizione continua che la mia scrittura avrebbe avuto (senza per questo avere altrettanta introspezione e tempo per curarne la forma). Lentamente ho compreso di non scrivere per qualcuno, né per qualcosa. Ho afferrato il concetto di scrivere soltanto per me, e l’ho fatto mio al punto che l’idea di un blog che giorno dopo giorno fermentava le mie parole ha conquistato spazio.

Qualcuno si chiederà perché chi scrive per sé si proponga in un blog pubblico. Forse perché le parole, i pensieri e tutto ciò che è contenuto in una pagina scritta, è vivo. E come ogni cosa pulsante ha bisogno di occhi e orecchie e mani per rimbalzare, significare, avere senso. Le parole sono doni. Si scrive per sé, si scrive per tutti. E il blog è solo un modo per condividere tutto questo, uno strumento.

Però ero incerto. Sarebbe stato un grosso fallimento aprire questo blog e lasciarlo galleggiare, pieno di detriti e di parole alla deriva, pieno di incidenti. O addirittura arredarlo con pensieri estemporanei e ipocriti, quelle cose che fanno volume ma non riempiono. O dimenticarlo, senza mezzi termini. Come si dimentica ciò che è stato e non ha più ragione di essere.

Un anno fa, di questi giorni, passavo ore davanti al computer a decidere come, cosa e soprattutto perché aprire un blog. So bene che non è necessario rispondere a tutto questo per fare un gesto così banale, in fondo un blog ce l’hanno tutti. Ma solitamente su un blog si scrive, e chi ambisce a farlo in un certo modo dovrebbe riproporsi di curarlo seguendo alcune linee guida. Quantomeno di coesione e fluidità.

A distanza di un anno, oggi questo blog è molto importante. Per me. Per le persone che mi seguono. Per ciò che mi passa in testa e finirebbe altrove, forse dimenticato. Ha dei numeri molto significativi, accessi numerosi, cose belle insomma. E io non saprei dire come è capitato. E non saprei direi dove sono stato, nel frattempo. E non saprei dire altro. Anzi, sì.

Buon compleanno!

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