Radicalmente

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Le possiede qualsiasi cosa stia in piedi, per il semplice fatto di stare in piedi, eretta, equilibrata, pulsante. Per il semplice fatto di avere un qualche passato, un qualche trascorso, una personalità. Magari le nasconde, magari non si scorgono, magari sono semplicemente di aspetto diverso rispetto a ciò che ci saremmo aspettati di vedere.

Di cosa parlo? Parlo di quel concetto astratto, mutevole e personale che chiamiamo radici. Cosa sono le nostre radici? Quali? E cosa sono diventate nel corso della nostra vita? Mentre riflettevo sui pensieri che mi avrebbero portato a scrivere questo post, mi sembrava troppo semplice considerare radice solo ciò che sta dietro, o prima, o sotto. Come a dire che le mie radici sono i miei genitori – e i miei nonni e così via, – o che le radici di una casa le sue fondamenta, o che radici di un post siano quei pochi pensieri che lo precedono.

In effetti, l’idea è affascinante, ma è piuttosto riduttivo considerare soltanto in questo modo il rapporto che intercorre tra una radice e il suo presente – tra una radice e il suo effetto. Mi piace pensare che sia un rapporto molto più complesso e che noi, osservando i fatti, i risultati, la realtà, lo intuiamo soltanto. Mi piace pensare che si tratti di un reticolato di cause, situazioni, imprevisti, scelte, una nube di incalcolate influenze e di stupori infantili, di sbagli imperdonabili e di colpi di fortuna, di gioie e di addoloramenti.

Bene. Assodato questo, la multidimensionalità delle radici e la loro mutevole fattura, mi chiedo: cosa sono le radici? Le mie, ad esempio. Quello a cui subito mi viene da pensare è la mia famiglia, che indietreggia nella storia e si riavvolge fino a chissà dove. Eppure questo pensiero stride. Qualcosa non mi torna. Il punto non è infatti rintracciare quali siano le radici di qualcosa o qualcuno, mie o di chiunque altro, ma cosa siano le radici di per sé, cosa si possa definire radice, insomma. E cosa no.

Bella domanda, Roberto. Già, bella domanda. Ma una bella domanda ha sempre risposte piuttosto complicate. Io non posso, e forse nemmeno vorrei, conoscere di me nel dettaglio ciò che comunemente si considera radice. Non vorrei, non mi interessa così tanto, ripercorrere, ad esempio, quel che ha condotto il mio trisnonno a innamorarsi e a sposare la mia trisnonna e poi a morire nel modo in cui è morto. Certo, è importante per la macroeconomia della mia vita, ma nelle mie giornate conta quasi zero. Quel che conta nelle mie giornate è afferrare il nettare di ciò che adesso, anno 2015, dà gusto, sapore, odore, felicità, intensità, emozione, valore alla mia esistenza. Bingo. Queste sono le radici che più di ogni altra cosa definisco tali. Le ancore. I punti fermi. Le spiagge dove la sera mi sdraio a prendere la luna. I personaggi dei miei racconti. I porti dove riposo il fiato dopo le tempeste. I visi amati, i sorrisi che faccio e che faccio fare, le cordialità di una volta, le gioie semplici come pane e miele. Queste sono le mie radici. E sono contemporanee. Vivono con me. Sono linfa, sono raggio di sole, sono vento fresco.

Il passato è radice senz’altro, ma è una radice diversa. Lo chiamerei origine, esperienza, provenienza, trascorso. Lo chiamerei seme. Ci conteneva. In potenza, conteneva tutti i noi stessi che potevamo diventare. Ci ha definito, disegnato, orientato, ma è passato, appunto. È fluito via. E noi abbiamo preso una forma. Una sola.

Le mie radici di oggi, ciò che mi tiene ritto in piedi contro le burrasche della vita, non sono mio nonno, né mio padre, né la ragazza che amavo a vent’anni o la consapevolezza di ciò che adoro e ciò che odio. Oggi le mie radici sono più semplici, e dolcissime. Grazie a loro esisto come voglio, senza freni o inibizioni, spontaneamente. Le mie radici oggi sono essenzialmente due.

Dapprima me stesso, che poi è la stessa persona che ho trascurato, malmenato, offeso, mortificato per tanto tempo. Quella persona che mi chiedeva aiuto e che deridevo con cattiveria. Tanto ce la fai. Tu ce la fai sempre. Che poi ho smesso di ignorare, e ho iniziato ad ascoltare, a rispettare, a tutelare. Ecco, ho costruito una radice che esula persino da me, sta in piedi da sola.

L’altra radice della mia vita di oggi sono tutte le persone – e le situazioni, le attività, le passioni, i sogni, in ogni senso – che apprezzano e amano quella persona per ciò che è davvero. Senza false modestie, velleità, finzioni, rivalse o convenienze. Questa è la vera portata del cambiamento: poter essere se stessi sempre. E amarsi al punto di esserlo senza vergogna, senza filtri.

Questa splendida consapevolezza è un risultato, non un caso. Ci si arriva. Per strade tanto diverse, incidenti, percorsi inenarrabili, ritorni. E a volte si ha la sensazione di non essere mai partiti, altre di aver sbagliato tutto. Poi, una sera, magari davanti a un film qualunque, sul divano di sempre, nella penombra in movimento delle scene che si susseguono sullo schermo, guardi il viso che ti è accanto, lo guardi concentrato su quella tv accesa, e tutto il resto intorno smette di avere significato. Lo osservi e quel che senti nel petto è qualcosa che all’improvviso ti sembra quanto di più vicino possibile alla felicità.

Pensiamo a un luogo, a una casa, a un gruppo di persone, a un grande amore, a un lavoro, a un figlio, ai nostri genitori, ai fallimenti, ai successi, e invece le nostre radici siamo noi quando lo siamo veramente. Per questo, quando qualcuno mi dice di non avere radici, o non saperle mettere, io domando sempre: le vuoi? Le vuoi davvero?

Comincia.

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