In parole povere

Foto di E. Cristofanon

Siamo fatti al 70% di parole.

Boom. Questa frase, che mi dici così, in mezzo a tante altre, ha l’effetto di una bomba. Boom. E dietro lascia macerie fumanti di pensieri che stento a ricostruire, a gestire, a comprendere.

Mi dici di pensare a me, a me stesso. Di immaginare un posto dove la gente non mi capisce bene, e io non capisco bene la gente. Mi chiedi: Saremmo ancora così brillanti, potenti, interessanti, rispettabili, apprezzati, efficienti, poetici, prolissi? Io penso che conosco due lingue straniere, discretamente, e in nessuna delle due riuscirei a formulare bene nemmeno un elenco così dettagliato di aggettivi, figuriamoci a dire ciò che penso e a tenere il passo di conversazioni ad alta emotività e profondità. Penso questo, e tu non mi dai il tempo di risponderti. Ti rispondi da sola.

No! Saremmo solo la nostra carcassa che cerca di dimostrare qualcosa. Saremmo due occhi che cercano di carpire quel che all’orecchio sfugge. E falliremmo, spesso. Saremmo una silhouette vuota. Ecco. Pensiamoci quando ci capiterà la prossima volta di parlare con qualcuno che non parla la nostra lingua. Magari è qualcosa che non riusciamo a vedere.

Hai ragione. Ma non te lo dico. E non perché mi pesi dirlo, ma perché ammetto di non aver mai pensato alla questione in questi termini. E vengo colto impreparato. Ho bisogno di pensarci un attimo, a fondo, da solo. Vivo di parole, le scrivo, le leggo, le sbaglio, le correggo, le improvviso, le accarezzo, le ripudio, ma mai avevo pensato a me senza le parole che provo, che dico, che amo. Sarei spoglio, inerme, probabilmente anche frustratissimo nel cercare invano di trasmettere quelle sfumature di senso, quei dettagli fondanti, quelle lievi sciocchezze su cui ho basato la mia comprensione e visione del mondo.

Una mano senza dita, un’aiuola d’autunno, un binario morto.

Ho avuto una sorta di profonda inquietudine per diversi giorni, mi ha galleggiato a lungo sul cuore. Perché sono arrivato a piccole conclusioni che mi hanno spaventato. Il punto è proprio questo. Noi usiamo le parole che apprendiamo. E non parlo, ovviamente, degli studi fatti, della scuola, dell’istruzione. Non solo. Parlo del modo in cui il mondo ci si porge, ci si appoggia addosso. Parlo del modo in cui impariamo a leggerlo, a carpirlo nella sua enorme complessità di situazioni, di sofferenze, di gioie, di inciampi e di meraviglie. Ecco, impariamo a leggerlo e poi lo scriviamo, ne parliamo, lo condividiamo. E per mondo intendo le nostre personalissime situazioni, le nostre esistenze esatte, colme di tutto ciò che le riempie.

Le nostre parole, insomma, quelle che ci appartengono, che usiamo per vivere, altro non sono che l’eredità di ciò che abbiamo appreso, del modo in cui abbiamo assaggiato il mondo, del grado di pregnanza col quale abbiamo vissuto, del livello di profondità a cui ci siamo spinti, delle vette raggiunte, dei territori conquistati. Siamo noi, davvero. Le parole che utilizziamo siamo noi, molto più che il nostro nome e cognome, molto più che il nostro viso, che la nostra storia, che il nostro codice fiscale. Siamo noi, come incidenza di ciò che ha condotto quelle parole nella nostra vita e le ha rese fertili, feconde, illuminate. Ci appartengono e ci rappresentano. Basti pensare che, a chi ci vive accanto, – oltre all’aspetto fisico, esteriore e dunque estremamente variabile – tutto ciò che possiamo donare agli altri, gira che ti rigira, sono le nostre parole, che chiamiamo amicizia, amore, esperienza, vicinanza, e in mille altri modi.

È una sorta di bagaglio che ci appartiene come organo vitale. Un’impronta digitale della nostra anima più intima.

Cosa sarei io, che sulle parole, sulle storie, sulla “letteratività” della vita ho basato gran parte della mia percezione del mondo, se non potessi esprimermi come so, come voglio, come posso? Cosa resta dietro le parole che ognuno di noi offre al mondo come strumento, come carta di navigazione, come guida turistica della nostra personalità e del nostro universo interiore?

Poco, quasi nulla. Per questo bisogna averne cura. Bisogna lucidarle le parole, affilarle, colorarle, tenerle strette, persino coccolarle. Bisogna coltivarle, o lasciarle crescere dove e come vogliono, come margherite nel fango.

Una parola esatta al momento giusto è terapia, cura, tampone, soluzione, germoglio.

Mi sarebbe piaciuto scrivere un post su come le parole siano tutto questo. E su come arrivino spesso ai nodi delle questioni e riescano a definire come e più delle azioni. Ma quando le parole sono quelle avvengono miracoli.

Mi sarebbe piaciuto scrivere un post su quanto le parole siano tutto questo, ma le parole sanno andare dove vogliono, e decidono per noi. Possono decidere per noi. Che siamo veicoli, che siamo contenitore, megafono, incubatrice, che siamo ciò che sappiamo dire, innanzitutto.

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