Qualcosa non torna

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Poi, a un certo punto, mi sono fermato. Non si è trattato di una sosta poetica, e nemmeno di una di quelle soste di riflessione, di riposo o di contemplazione. Non è stata una sosta dedicata alla scrittura o alla lettura o alla fotografia. Ad un certo punto mi sono fermato, ed era un semaforo. Un semplice semaforo, un semaforo comune, rossogialloverde, che ognuno incontra e supera migliaia e migliaia di volte nella vita.

Soltanto che io provenivo da 9 giorni di niente, per come siamo abituati a intenderlo noi. Un niente fatto di strade asfaltate a malapena, di sentieri sterrati, di cascate in posizioni nemmeno ipotizzabili, di vulcani, di lava, di geyser, di scogli, faraglioni, brughiere, iceberg, precipizi, ghiacciai, e manciate di enormi massi lanciati a caso su pianure sterminate dall’impeto di terremoti inimmaginabili. Un niente fatto di nessun essere umano per chilometri, fino a dimenticare la possibilità di incontrarne qualcuno.

Forse per questo quel semaforo mi è parso differente da ogni altro. Per la sosta obbligata dopo giorni indisciplinati. O forse perché è stato il primo dopo un vuoto sostanziale. È stato il primo ordine, la prima regola reale a cui rispondere. A quanti rossi ci fermiamo ogni giorno? A quanti obblighi annuiamo senza batter ciglio? Io a quel semaforo alle porte di Reykjavik mi sono fermato come sempre. E ho capito che si trattava in qualche modo di una soglia. Una porta di accesso.

Infatti, da quel semaforo, tutto lentamente è tornato come prima. Mi sono ritrovato all’improvviso con tutti i generi di conforto, con persone intorno, con rumori e qualche clacson, con svaghi, passatempi, impegni e attività. Con giochi e dolori, ricordi e futuri. Con tutto. E tutto sembra essere esattamente come prima, come venti giorni fa, come prima di partire, come sempre.

Invece no. Non è così. Esiste una sofferta dissonanza tra dentro e fuori. Un’asincronia tra i ritmi spropositati del mio corpo e il silenzio che persiste nel petto. Esiste un disagio che stento a definire. Non lo conosco. È nuovo. È qualcosa di mai provato prima. Di cosa si tratta? Me lo chiedo ogni istante, da cinque giorni. Dal momento esatto in cui ho poggiato piede nella mia torrida Roma, in un giorno di mezza estate. E avrei voluto scrivere qui molto prima, la scrittura mi aiuta spesso a trovare cose dentro che non so di avere, ma quando sono tornato a casa, quando ho rimesso piede nella mia vita, per la prima volta ho avvertito chiaramente che la scrittura può non essere abbastanza. Può abdicare alla meraviglia. Alla solitudine. All’essenziale.

Col passare delle ore, quel disagio non è diminuito. E non riuscivo a trovare nell’ingarbugliata matassa di emozioni un capo a cui affidarmi, per descriverle. Poi è apparso il ricordo di quel semaforo. Rosso. E ho capito molto di quel che l’Islanda, e tutto ciò che un viaggio in Islanda comporta, mi aveva lasciato. Ho capito che soffro perché sto facendo resistenza. Perché strenuamente lotto per restare il più a lungo possibile in questo stato di profonda quiete che mi ha accompagnato. E rifiuto ogni contatto col presente, con quel che avevo addosso prima. Il disagio, insomma, è per come sono, per come siamo diventati. Tutti.

Quando ero lì mi sembrava disumano il silenzio di certe pianure, esagerata la solitudine di alcune case disperse nella brughiera a centinaia di chilometri dal primo centro abitato, dal primo bancomat, dal primo supermercato. Mi sembrava impossibile vivere su una terra spaccata da continue scosse di terremoto, col vento che fa sbandare persino le automobili e le fa finire giù, nei fiordi. Mi sembrava assurdo che non facesse mai notte, mai, e il tramonto durasse un’ora in un unico abbraccio con l’alba. Mi sembrava ingestibile il paesaggio, quel paesaggio, che cambiava più velocemente dell’umore, alternandosi in pazzi giochi di colori e di luci, di vuoti e di pieni. Mi sembrava così invivibile tutto quanto. Splendido, unico, divino, ma davvero invivibile.

Oggi sono qui, sono tornato. Non trovo posteggio per la macchina, il bancomat sotto casa non funziona, alla cassa del supermercato c’è una fila mostruosa, e la gente parla tanto del caldo che fa, dell’estate che arriverà anche se è già arrivata, e canticchia le canzoni del momento. Ognuno si lamenta di molto, ma poi quel molto è sempre lo stesso da anni. E non cambia. E noi facciamo veramente troppo poco per farlo cambiare.

Così ripenso a quelle case sperdute. E nella distanza tra loro all’improvviso riconosco una discrezione utile, avverto lo spazio vitale per diventare ciò che si è davvero, senza fretta, senza affollamento. In quei piccoli cottage di legno appoggiati ai piedi di un vulcano, ai confini di un ghiacciaio, colgo il rispetto per la natura, vissuta come un dono, come una ricchezza, e mai contaminata. Siamo ospiti, graditi ma pur sempre ospiti. Quanto spesso dimentichiamo tutto questo?

E l’essenziale? L’essenziale puro, che fine ha fatto? Sotto quanti strati di inutilità lo abbiamo seppellito? La vita inganna. Sembra poter contenere tutto, ma non può contenere troppo. Perché si autosabota. Smette di essere vita. E diventa tante altre cose che a stento le somigliano.

Io non so se siamo figli di un luogo così come siamo figli dei nostri genitori. Non lo so. Sicuramente un luogo ci trasmette una cultura e delle abitudini che ci modellano fin nelle più recondite anse del nostro carattere. Quel che so è che può capitare che alcuni modelli di vita ci conquistino, ci mettano a ferro e fuoco, e ci invitino a ridefinirci. Anche solo per il primordiale gusto di un tentativo. Un tentativo doveroso da cui non possiamo esimerci.

Ho compreso che sono tanti i modi in cui si torna. E ci sono luoghi da cui non si torna davvero. Non si torna interi. Ci sono luoghi che ti trattengono. Come se delle parti di te si innamorassero di qualcosa e scegliessero di restare lì, per viversi a pieno quell’amore.

Questo è capitato. A questo dovrò abituarmi. E ogni tanto andare a trovarmi.

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