Quel che succede, a volte, dentro le mura

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Quando ti ho vista arrivare ho abbassato il ponte levatoio. Ho detto agli arcieri di posare le frecce, ai cannoni di tacere il fuoco, alle donne di allestire la festa delle grandi occasioni, quella in cui si uccide l’animale più grasso e si beve e si mangia fino all’alba al ritmo di musica impazzita. Ho detto ai soldati, ad uno ad uno, che non eri un nemico, di abbassare gli scudi. Ho detto alle dame che avresti dovuto riposare il fiato, che avresti avuto bisogno di un bagno, di un massaggio ai piedi esausti dal cammino.

Qualcuno mi ha chiesto chi fossi. Qualcuno mi ha chiesto perché tutti questi riguardi per qualcuno che non c’era mai stato prima, che non stava tornando, che non era fuggito. Qualcuno mi ha detto: abito qui da una vita intera e non ne ho mai nemmeno sentito parlare.

Non è stato facile, lo ammetto. Non è stato affatto facile spiegare a tutti come qualcuno possa essere atteso senza ragione, come qualcuno abbia il potere – o il lusso – di farsi attendere senza essersi annunciato. Non è stato facile spiegare la meraviglia di qualcosa che accade senza arrestarsi. E non è stato facile neppure, infine, accusare di insignificanza le parole, e dire, senza il rischio di essere frainteso, come avrei potuto parlarvene se non la conoscevo nemmeno io?

Eppure è stato così. Io lo sapevo che eri tu, senza poterlo sapere. E vederti arrivare impolverata, da lontano, con le scarpe rotte e i capelli sciolti, mi ha commosso. Eri luminosa ma non accecante, come il sole di prima mattina, quando scalda ma non brucia. Eri così bella, eri così semplice nel tuo incedere incalzante.
E sei volata su ogni mia difesa. L’hai superata. Io l’ho annullata per te. L’ho appianata. Hai camminato dentro il sistema impenetrabile che avevo pensato per difendermi. Te l’ho lasciato fare. Ti ho aperto. Ti ho addirittura accolto. Ti ho aspettato, pensa. Persino i coccodrilli del fossato ti guardarono incuriositi. Persino i mattoni della torre di guardia. Erano poche le persone che venivano a trovarmi e il ponte levatoio cigolava rumorosamente. Tutti si raccolsero sulle mura. Sembravano spettatori di un evento imperdibile.

Sei entrata nello spazio più indifeso di questo castello. Nella piazza grande. Dove la gente si incontrava e si parlava, si raccontava e si conosceva. Ci hai abitato. Ci hai vissuto come se fosse il tuo. Hai preso in mano le cose e gli hai dato un nome, un nome tuo, che hai scelto in autonomia. Hai cambiato il colore delle stanze e delle mura. Hai cambiato mansioni a chi faceva certe cose da una vita, e le faceva bene. Hai licenziato molte persone a cui mi ero affezionato. Hai trascurato tutta un’ala del castello a cui tenevo molto, fino a ridurla decadente. E io, da padrone di casa, te l’ho lasciato fare.

Oggi non c’è più nessuno. Talvolta va così. Anche se, a cercare di spiegare com’è che alla fine si arrivi a questo, non saprei spiegarlo. Dentro queste mura non c’è più nulla. Solo erbacce che crescono incontrastate, solo rifiuti, vecchi stracci, vetri rotti, animali morti.

Sono solo i piccoli dettagli che lasciano immaginare ciò che era una volta questo cortile fastoso e pieno di incanti, queste torri imponenti, queste vetrate colorate, queste sale affrescate. Ma ce ne vuole di immaginazione. Ce ne vuole tanta. E poi non c’è nessuno che ti confermi i ricordi, che te li approvi, che te li corregga. Non credo ci sia qualcosa di altrettanto doloroso come avere ricordi che non puoi condividere, che non puoi ricordare insieme a nessuno.

Eppure succede anche questo, a volte, dentro le mura. Restiamo soli perché abbiamo aperto alle persone sbagliate, perché abbiamo abbassato la guardia, perché abbiamo accolto. Restiamo soli persino dentro noi stessi, che è il posto più affollato che ci sia.

Restiamo così. Disabitati. In rovina. Coi ponti levatoi abbassati, le armi arrugginite, le mura diroccate. E il difficile non è tanto ricostruire, non è tanto mettersi lì, di sana pianta, a posare mattone su mattone, a pulite le croste di sangue, a raccogliere i vetri, a lucidare le armi. Quello si fa, per sopravvivere.

Il difficile è, una volta finito tutto questo, tornare a fidarsi. Accogliere ancora. E questo, per sopravvivere, si rischia di non farlo più.

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