Dobbiamo solo ridere, noi.

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Non ti conosco, ma non importa.
Non conoscerti non allevia questo senso di profondo disagio che avverto al pensiero di quello che ti sta capitando. Di te so quelle cose che si sanno degli sconosciuti. So che hai 28 anni, che ne dimostri qualcuno in più e che sei già stata male qualche anno fa. Ti hanno salvata per miracolo, per coincidenza, per fortuna.
Non ti ho mai vista. Ma ti descrivono un po’ burbera, coi modi elettrici e violenti di chi ha il corpo pieno di ferite e l’animo altrettanto. Non vedo come non possa essere così.
Hai 28 anni. 28. E magari ti senti donna in quel modo frettoloso con cui ci si sente donne a quell’età. Ti senti “vissuta”, ma la vita alle tue spalle non dovrebbe essere che un accenno di quella che vivrai. Ti piace uscire con gli amici, ballare, magari dipingere o guardare la tv senza volume. Cucini ai tuoi genitori, qualche volta, la sera, quando tornano esausti dal lavoro. O magari te ne vai fuori con lui, per una pizza veloce, giusto il tempo di guardarsi gli occhi e aggiornarsi il cuore. Lui. L’hai conosciuto per caso, come capita sempre, e poi ti ha stupito per come ti è stato accanto quando nemmeno tu sapevi stare accanto a te stessa. Oggi non te lo sai dire, ma hai paura che se ne vada pure lui stavolta, non è facile stare accanto a chi sta male, non tutti sono disposti ad assorbire gli urti di un dolore, soprattutto se è di quelli che cambiano il verso alle cose, ridisegnano il futuro, o lo rendono incerto. L’amore è futuro, prima di ogni altra cosa. Senza poter contare su quel futuro insieme, che amore è?
Hai i tuoi sogni, li abbiamo tutti. Fino a qualche anno fa non dormivi perché non vedevi l’ora di raggiungerli. Li sentivi respirarti dentro, vivere insieme a te. Poi hai iniziato a non dormire perché hai capito che avresti potuto non avere il tempo di realizzarli. Hai passato un mese in ospedale, e non dormivi perché, a poco più di vent’anni, mentre le tue amiche erano incerte su come vestirsi alla festa di paese, hai provato per la prima volta una folle paura di morire.
Hai perduto i capelli, hai sentito qualcosa mangiarti l’interno, logorarlo, rosicchiarlo. Hai contato tutti i tuoi amici venirti a trovare, superare la soglia della stanza, sgranare gli occhi, salvo poi recuperare lo sguardo e fingere di trovarti come sempre. Non smagrita, non devastata, non affranta.
Hai 28 anni. Io non so chi sei. Ma so che queste cose non dovrebbero riguardare una della tua età. Non dovrebbe esistere. Si muore, certo, ma ogni vita dovrebbe aver detto qualcosa prima di finire. Dovrebbe quantomeno avere le sue possibilità per essere felice, giocarsele. È retorica, lo so bene. Ma il sasso che sento nel petto non lo è affatto. E stride e mi toglie aria.
E nulla mi solleva. Non mi appaga pregare Dio e magari nemmeno a te, o non ci credi, o ci hai creduto e poi hai compreso che Dio è troppo facile, certe volte, come spiegazione, come riferimento, come soluzione, alle cose che succedono agli uomini. Alle lacrime, al sangue, alle ferite sotto la pelle. Non mi basta nemmeno sperare che tutto vada bene, confidare nella scienza e nel progresso, in un miracolo, in una botta di fortuna. Non mi basta, e non ti conosco. Figuriamoci se basta a te. Dovrai sottoporti ad un’operazione lunga e complicata, senza garanzia di successo. Hai 28 anni.
Non so come ci si prepari a un evento del genere. C’è una data. Fra una settimana, forse un mese. Prendi la tua agenda, piena di impegni, vai a quel giorno lì, scrivi operazione, piccolo piccolo, in rosso, come se poi avessi tempo e modo di aggiungerci altro. Poi sfogli tutto il resto dell’anno, quel malloppo di pagine bianche, senza nemmeno un impegno. E ti chiedi quando potrai riempirlo – se – e avverti una voglia incontenibile di consumare biro colorate e bianchetti su quelle righe vuote. E le agende che avrai ancora, dopo questa, se non sara l’ultima.
Però lo sai, oltre quella data tu non puoi prendere impegni. Di nessun tipo. È un salto nel vuoto. È una scommessa.
Poi penso a me. Che ho segnato le partite dell’Inter fino a giugno, le serate di teatro, la palestra, i turni di lavoro, le cene con gli amici, il dentista, i compleanni delle persone che amo, le ricorrenze, le scadenze da pagare, le ferie, i viaggi, persino alcune cose incerte che mi piacerebbe fare.
Poi penso a me, a noi, a chi mi sta intorno e sta bene. Dobbiamo solo ridere noi. Che dimentichiamo gesti così semplici come afferrare un’agenda e scriverci sopra qualcosa. Li diamo per ovvi. Dobbiamo solo ridere. I problemi che ci lasciano insonni il più delle volte sono briciolette, dettagli. Ci roviniamo giornate, settimane, talvolta vite intere, per storie d’amore finite, minimi problemi di lavoro, incomprensioni, ripicche. Ci lamentiamo di quel che non va, e abbiamo tutto in mano per farlo andare bene. Ci lamentiamo, ci sentiamo tristi, inappagati, insoddisfatti, sfortunati, miseri. E qualcuno poco più in là del nostro gomito non può scrivere su un’agenda che a fine mese vorrebbe andarsene due giorni in una Spa, a rilassarsi un po’. O organizzare le sue vacanze estive, il suo sabato sera, la sua esistenza. E qualcuno poco più in là del nostro gomito desidera solo la possibilità di invecchiare.
Non scherziamo. Dobbiamo solo ridere.

(In bocca al lupo, Patrizia.)

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2 pensieri su “Dobbiamo solo ridere, noi.

  1. … Diamo per scontati viaggi, mete, amori, conquiste e delusioni.
    Per vivere tutto dobbiamo essere presenti.
    Impariamo ad avere davvero quello che abbiamo.
    Respiriamo contando i nostri battiti.
    Ridiamo con ogni muscolo.
    E amiamoci. Sempre.
    L’ amore colora.

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    • L’amore guarisce. Colora. E dà dignità a ogni attimo.
      Dispone gli attimi nella storia. E li rende funzionali alla nostra vita.
      Talvolta però manca il tempo, manca la possibilità di realizzarsi.
      Questo è il problema maggiore. Occorre amarsi finché ci è concesso. E senza freni.

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