Dopo l’occupazione

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Se ne sono andati.

Qualcuno mette la testa fuori dal bunker, e piange di fronte a questo scenario apocalittico. Qualcun altro esce in strada, prende una bicicletta, ammucchia dei vestiti logori e ci fa una palla. Qualcuno ride, canta. Molti camminano, semplicemente, senza andare da nessuna parte. Nessuno crede davvero che l’occupazione sia finita. Ci si guarda intorno, l’un l’altro, alla luce del sole, non capitava da tanto. Veramente da tantissimo tempo. Gli sguardi sono affaticati, c’è una profonda stanchezza, collettiva, atavica.

Qualcosa non torna, qualcosa che ci si domanda tutti, senza dirlo. C’è un silenzio che entra dentro le cose e le placa. C’è un dolore che disegna le rughe di tutti noi, le scava, le lacera. E resterà così a lungo. Gli umori passano presto, le emozioni pure, le ferite no. Per le ferite c’è bisogno di così tanta cura, di così tanta dedizione.

Comunque se ne sono andati. Tutti quanti. Sono fuggiti, si sono ritirati, semplicemente hanno invaso altrove, dopo averci saccheggiato a lungo, totalmente. Dopo averci esaurito. Siamo rimasti noi, qui. Tutti cittadini dello stesso colore, amici, fratelli. E tutti ci chiediamo una cosa. Una cosa semplice. Una domanda piccola. Che è come quelle pietre che, uguali a tante altre, per qualche ragione le utilizziamo per prime, e diventano fondamenta, servono per cominciare. La domanda è: cosa resta davvero dopo un’occupazione come questa?

Sono talmente tanti gli anni passati così, che qualcuno non ricorda cosa c’era prima. Questo ti frega quando passa tanto tempo. Dimentichi. Smetti di farci caso. Rimuovi. E ti sembra una favola quel tempo in cui potevi essere come ti veniva di essere, non come avresti dovuto. In cui le cose venivano su da sé, senza costrizioni o o incitamenti. Senza forzature e manomissioni. In cui ognuno aveva le sue carte, e le giocava, senza regole, senza filtri.

In questi anni, la vita è stata un copione già scritto, a cui aderire incondizionatamente. Non c’era sufficiente spazio per essere reali, spontanei, disordinati. Poi, a volte, capitava che qualcuno, per orgoglio o dignità, alzasse la voce, o contrastasse le direttive degli invasori. Capitava. Sempre meno spesso e sempre meno violentemente, ma capitava. E lì era rappresaglia. La reazione era violentissima. Non si badava ai danni, ai morti, alle rovine. Nulla era importante quanto mantenere il controllo. Non esistevano concetti discutibili, questioni morali aperte, incerte, magari modificabili. Tutto ciò che stabilivano era cassazione. Il resto aria fritta.

Oggi se ne sono andati. Si sono ritirati (o li abbiamo sconfitti? Non ricordo). E quel che resta – sembra assurdo – è un viscerale smarrimento. Dopo l’occupazione, un’occupazione di questo tipo, la libertà si dimentica. Ti ritrovi in mano la vita, e non sai che farne. Ti ritrovi in mano il tuo tempo, e ti sembra sterile. Vanno rifondate le profondità dell’equilibrio. Vanno rimosse le rovine, ridisegnate le strade, ricostruiti i ponti.

Ecco, più o meno succede questo, alla fine di un amore. Che poi si potrebbe piangere, o addirittura uccidersi, al pensiero di cosa può diventare la vita, quando qualcuno te la prende e la governa al posto tuo. Ma forse è solo la disaffezione alla solitudine che ci fa confondere la solitudine con la morte. E invece è la vita, quella lì. Quel piccolo fiore che spunta tra le macerie, il bambino ricoperto di polvere che rincorre un gatto, la donna che stende panni colorati sul fondale grigio del palazzo.

Ci vuole un po’, certo, ci vuole un po’. Ma l’attesa è ingrediente di tutte le cose belle.

Il mondo è di chi sa aspettare.

E siamo ancora vivi. Conta questo.

Conta ogni attimo. Ogni attimo, conta.

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