Messa a fuoco

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Tornavo a casa, come ogni volta che torno a casa. Identico. Stessa automobile, stessa strada, stessa andatura distratta di un percorso conosciuto a memoria. Gli occhi stanchi di monitor e parole, di richieste e pretese, e una doccia qualche chilometro più avanti, come solenne promessa di rilassamento.

Ad un semaforo, lo stesso del giorno prima, un uomo si avvicina e si china davanti alla mia macchina, come a raccogliere qualcosa. Indossa una maglia aderente, color carne, un paio di jeans, consumati sulle cosce e strappati alle caviglie, e le infradito. Ha la pelle assolata, come certi muri di campagna, d’estate.

Tutto avviene in un istante, non saprei dire come. Non ho nemmeno il tempo di abbassare il finestrino. Lo vedo camminare a gambe piegate davanti al mio paraurti. Non c’è nessuno – dietro, davanti, – nessuno.

L’uomo si solleva. Tiene in mano una pezza. Umida, probabilmente insaponata. Mi ha pulito i fari della macchina, e mi guarda, cercando di capire se a quel servizio per me corrisponde un qualsiasi compenso.

Rimango fermo qualche secondo. L’uomo smette di guardarmi, deluso, e se ne va a stringere la pezza in un secchio rosso. Scatta il semaforo, lo supero, e accosto. All’improvviso nessun posto sembra possedere una dignità così importante da essere raggiunto in fretta. Scendo dalla macchina. Vedo i miei fari, spenti, insaponati, sporchi più di prima. Luridi. E in un istante comprendo che quel gesto innocuo e inaspettato, quasi puerile, contiene tutto quanto senza servire a niente. Contiene la tenerezza sufficiente a disarmare. Quella pezza lercia toglie le scorie che disturbano la messa a fuoco delle cose. Dai fari e dagli occhi. Rimuove lo sporco che non si misura in polvere, in grasso, in merda di piccione. Rimuove quel filtro, di tutti, che ci fa sentire disturbati quando qualcuno intercetta la nostra idea di mondo, di giornata, di rientro a casa.

Quando qualcuno fa qualcosa che sembra inutile, e ce ne chiede riconoscimento. E noi gli ridiamo addosso, facciamo finta di nulla, ci troviamo la polemica. Penso a quante volte lo faccio io. E provo rabbia. Lo guardo, accovacciato davanti alla macchina successiva, prigioniero di un gesto inutile che rappresenta la sua vita.

Così mi avvicino e gli lascio quel che posso in un cappello che tiene a terra, vicino al semaforo, come cassaforte. Lui ha sulle labbra qualcosa di simile a un sorriso, ma non ci giurerei.

Mi guarda. La sua barba, incolta, adesso mi sembra un po’ più bianca. Mi piace pensare che mi abbia ascoltato.

Salgo in macchina. Accendo i fari anche se è giorno pieno. Torno a casa.

R.

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