Mia nonna e il tasto da premere a lungo

Quando hai scartato il tuo primo cellulare, ero davanti a te.

L’hai preso in mano, a quasi ottant’anni, l’hai ruotato davanti agli occhi e l’hai appoggiato sul tavolino, in mezzo alla carta regalo, al biglietto, alle nostre mani che cercavano di mettere ordine. Lo guardavi come se, all’improvviso, potesse dar segni di vita lui, senza che tu facessi nulla. Un alieno, un’entità sopita.

L’ho acceso io. Poi l’ho spento. Ho detto “Adesso fai tu”. I tasti enormi, lo schermo ad alta visibilità, poche funzioni, essenziali, utili. Ti ho detto “Dai, spingi qui”. L’hai fatto. Non è successo nulla, ho letto un po’ di scoramento nei tuoi occhi vispi, come a dire “Non è per me ‘sta roba, lascia perdere”.

“Riprova”.

Niente.

“Riprova, devi tenerlo premuto per qualche secondo”.

Niente.

“Di più”.

Eccolo! La mattonella nera si illumina tra le rughe delle tue mani, sullo schermo compare l’orario, due enormi menu laterali, la rubrica e il registro chiamate. Sorridi, come a dire l’avevo detto che ero capace. Poi resti ferma e mi guardi, con quel telefono come un pulcino tra le dita.

“E mo?”

“Mo rispegni.”

Il tasto è lo stesso, identica l’azione da compiere, eppure impieghi qualche tentativo e un tempo discreto per portarla a termine.

“Riaccendi.”

“Ho capito, ho capito.”

“Hai capito?”

“Ho capito.”

“Bene, riaccendi però, così vediamo qualche altra cosa.”

“Ecco… oddio, perché non si riaccende?”

“Devi tenere premuto, per qualche secondo”.

“Ecco, ecco”.

“Bene, adesso vediamo come si telefona…”

Non sono riuscito a finire la frase, la batteria era in esaurimento.

“Già? E come faccio a usarlo?”

Sono scoppiato a ridere.

“Ma no? È che quando lo vendono, lo vendono scarico. Ora dobbiamo ricaricarlo per qualche ora, poi sarà pronto.”

Siamo passati al modo in cui si infila la spina del caricatore, a come si vede che la batteria è completamente carica, al fatto che si possa lasciare acceso anche mentre si sta caricando, e a mille altre questioni spinose. Un universo che all’improvviso ti ha invaso con regole nuove, convenzioni, ovvietà che però ignoravi e che dunque non erano ovvie affatto.

Nel corso dei mesi successivi, tanti sono stati gli imprevisti, per così dire, telefonici (“non mi chiama più”, “non vedo i numeri memorizzati”, “non si carica”, “sto senza soldi”, “come faccio a chiamare tuo zio al numero nuovo?”, “non si accende – tieni premuto per qualche secondooooo!”, e altre mille problematiche) fino ad arrivare a un punto sublime, nel quale, signori e signori, hai cominciato a fare di quel cellulare un utilizzo quantomeno umano. Chiamate in uscita e in entrata.

Una soddisfazione provvisoria, però, perché nemmeno la difficoltà di aver compreso che quel tasto andava premuto a lungo sarebbe stata paragonabile a quel che, ad oggi, ancora non mi è riuscito di farti capire. Non è che il fatto che si stia distanti, implica il dover utilizzare un volume vocale da concerto. Tu urli proprio, nonna. Non so se te ne rendi conto. In pratica, ti sentirei anche senza cellulare.

Vabbè, tutto questo per dire che nell’ultimo periodo hai lamentato il malfunzionamento del tuo telefono, chiedendo un doveroso aggiornamento tecnologico a “uno come quelli vostri, che sono meglio, che funziona”. Terrorizzato non poco dal doverti iniziare a questo ennesimo nuovo mondo, tra l’altro per te praticamente inutile, ho temporeggiato.

Poi un mese fa sei caduta, hai rotto il femore senza neppure rendertene conto. Da ferma ti sei afflosciata, giù, e sei rimasta così. Non è stata facile l’operazione, non è stato facile il decorso in solitudine, senza poterti vedere, senza poterti parlare faccia a faccia, senza avere la possibilità di sentirti quando ne avevo voglia. Questo è l’aspetto più triste di questo momento storico, di questo virus, di questa situazione: la solitudine dei più deboli, che, inevitabilmente, li indebolisce ancora.

Ti ho chiamata, mi hai risposto, mi hai richiamato. Averti insegnato a utilizzare il telefono è stato cruciale.

Poi sei peggiorata, hai smesso di mangiare e la struttura ha concesso a un familiare, con scafandro e pinne, di farti visita per farti mangiare.

Lì è avvenuto il miracolo, che mi ha chiarito tante cose che cercavo di capire da anni. Dal cellulare di mia madre hai fatto la tua prima videochiamata. Abbiamo parlato. Mi hai chiesto perché non trovo il tempo di venirti a trovare. Non si può nonna, non posso, altrimenti, maledizione, mi trasferirei. Poi, dopo qualche altra parola trascinata e selvatica, ci siamo salutati. Io agitavo la mano, tu, immobile prima e poi in un gesto che non saprò mai dimenticare, hai avvicinato il telefono alle labbra e hai baciato lo schermo.

Ciao, a presto.

Ecco, lì ho compreso.

Ho smesso di chiedermi perché hai avuto difficoltà a premere un po’ più a lungo quel tasto, giusto un paio di secondi, per accendere, per spegnere. Non lo ritenevi necessario. Il tuo esistere è una linea retta. Tu un viso che ami, lo baci. Di fronte a un tasto, lo schiacci. Semplicemente. Il resto non ti spetta. Non è nel tuo ambito semantico, fa parte di tutta una serie di violazioni dell’intimità e di irruzioni nel nostro spazio-tempo che a te non è dovuto di vivere.

E che noi, probabilmente, accettiamo con rassegnata facilità.

Torna presto.

Un pensiero su “Mia nonna e il tasto da premere a lungo

  1. Anche mio padre (90 anni) riusciva a fare videochiamate wapp dai tanti ospedali dove stava. Riempiva però la scheda di tantissime foto di lui sul letto d’ospedale. Cancellate tutte. Come anche il video con tanti vecchietti malridotti che salutavano dalla rsa. Ringazio tantissimo gli infermieri, ma per me è stato dolorosissimo. Quell’anziano allettato, con gli occhi vuoti e la mente assente non può essere mio padre

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