Il lago, quei bambini e la fretta che con c’era

Ad esempio, qui c’era un bel lago. Non era nemmeno troppo grande, eppure, la sera, la luna ci si specchiava intera, e talvolta le nuvole, di un viola quasi nero, giocavano a rincorrersi sulla superficie sempre leggermente increspata dal vento lieve, che scendeva dai monti.

La gente passeggiava senza fretta – giuro, senza fretta – tra le bancarelle vestite a festa, tra i coni gelato, le crepes, i motorini parcheggiati male. Qualche ragazzo teneva lo sportello aperto e dalla macchina lucida usciva una musica asciutta, prepotente. La conca del lago sembrava una pentola, contenitore di tutto. E c’erano giardini, case di riposo, ristoranti. C’erano settori di spiaggia organizzati con ombrelloni, campi da beach volley, chioschi di gelati. C’era un bruco illuminato che correva su e giù per i binari di una giostra. Bambini che ridevano. Genitori che facevano fotografie. Qualcuno guardava, qualcuno scriveva messaggi di nascosto, qualcuno aveva freddo alle braccia e si copriva con uno scialletto leggero, di lana finta.

“Il lago è pericoloso,” dicevano tutti, “è pieno di mulinelli. È un attimo: tu non te ne accorgi e lui ti inghiotte”. Eppure c’era qualcuno, pensate, che addirittura rubava il pedalò sul bagnasciuga e andava a largo e si faceva il bagno, di sera, nonostante i divieti, e l’assenza di bagnini. Oppure si amava sul profilo dell’acqua, pensando di non essere visto, e invece era tipo proiettato sullo sfondo dei monti, senza censure.

Poi c’erano ragazze che camminavano tutta sera. Avanti, indietro, avanti, indietro. Senza criterio, senza sosta, senza alcuna ragione eccetto la speranza che accadesse qualcosa degno di interrompere quel moto perpetuo. Magari un incidente, qualcosa di imprevedibile. Magari l’amore. E ti guardavano ogni volta allo stesso modo, sempre, con quegli occhi mezzi chiusi e le braccia ciondolanti, con quelle magliette aderenti, i seni acerbi, le mani chiuse.

E poi c’eravamo noi, un pacco di sigari, fumato lentamente, e solo lì. Lo ispezionavamo, prima di uscire, per il timore che non bastasse ai pensieri di una sera intera. Restavamo sulle sdraio umide, in silenzio, segnalati dal fumo che ci usciva di dosso, da una birra leggera appoggiata a tiro di braccio. E c’erano le pizze, fumanti, mangiate in terrazza, mentre le coppie si scambiavano dita sul tavolo, e sguardi, e intenzioni. E noi no. Noi solo errori, avventure, ripensamenti. Noi solo storie incredibili, che avremmo voluto scrivere, che avremmo voluto imprimere da qualche parte per non dimenticarle. C’erano le parole. A quel tempo sì. Non tante, quelle necessarie. Parole di donne innamorate, parole dell’amore intrecciato e confuso da situazioni ruvide e incontrollate, parole di qualcun altro che sapeva dire meglio di tutti, persino di noi, quello che stava capitando a noi. E c’era silenzio. Spesso. Come se fosse doveroso, come se fosse necessario. E tra sbuffi di fumo, sospiri, citazioni colte, rendevano davvero più lieve la vita.

A tornarci oggi, tipo stamattina, tipo così, senza preavviso, non c’è più niente. Persino il livello del lago si è abbassato vistosamente, persino la spiaggia è in disuso, divorata dalle erbacce. Sembra un altro luogo. Sembra abbandonato. Quel che mi chiedo io non è tanto perché, ma come. Come è possibile far passare il tempo che deve passare per ridurre così un posto magico, senza intervenire, senza accorgersene. Questo mi chiedo. Come si può lasciarlo morire lentamente senza intervenire.

Ci si abbandona così, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Ci si abbandona senza ragioni, senza evidenti decisioni di sorta, senza fronzoli. Si smette, a un certo punto. Così. Si smette di lottare, si smette di amare, si smette di desiderare il meglio, per noi, per chi ci è accanto, per i nostri figli. Smettiamo di prenderci cura delle cose, senza rendercene conto, senza farlo apposta. Andiamo semplicemente avanti, pensando sia una virtù, dimenticando che non è una nostra scelta.

A un certo punto, diventiamo vittime della superficialità, della frenesia terribile con cui siamo costretti a vivere la vita. Si abbassa il nostro livello di sensibilità, ci riempiamo di erbacce, e lì dove passeggiavano così tante persone e così tanti sogni di ragazzi, lì dove le parole sembravano qualcosa di talmente solido da poterci costruire sopra la vita, una mattina di maggio, all’improvviso (questo è il dramma: all’improvviso), ci ritroviamo soli.

Quand’è successo? Quand’è successo tutto quanto? Dove diavolo ero io?

Altrove. A diventare uomo, a diventare adulto.

E oggi sono come questo lago: vivo, per carità, ma pieno di erbacce e di rifiuti, così pieno di ombrelloni abbandonati, di ruderi che erano ristoranti bellissimi, di pedalò alla deriva.

Lasciamo passare il tempo con noncuranza, pensando sempre di essere in tempo ad intervenire, a recuperare. Poi è tardi, e ci convinciamo di esser stati sfortunati.

Ci sono una manciata di genitori, laggiù, che tengono in mano dei bimbetti di massimo sette otto anni. Gli stanno raccontando com’era, qui, quando avevano poco più della loro età. Mantengono vivo il ricordo, ne sono sicuro, si vede da come muovono le mani, da come indicano le cose. Si avvicinano alla macchina, aprono il bagagliaio, tirano fuori buste dell’immondizia, rastrelli, piccole falci per tagliare l’erba, persino un taglia-erba professionale da braccia. I bambini si mettono a raccogliere i rifiuti, a farne montagnole, i genitori a tagliare l’erba, a raccoglierla nelle buste, a caricarla in auto.

Resto a guardarli. Lo so, potrei dare una mano, ma sembra qualcosa di troppo intimo. In poco più di un’ora si ritagliano un pezzo di spiaggia, prendono le sdraio dalla macchina e si siedono lì, a due passi dall’acqua, a fumare sigari e bere birra, a giocare a calcio coi bambini, a raccontarsi storie. Uno spazio ricavato dal passato, dall’incuria, dalla trascuratezza, che tutto annichiliscono. E loro lì, belli, a dimostrare di poterlo pretendere indietro.

Non ho mai visto un modo più bello di insegnare la vita.

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