Rivoluzioni piccole

(AP Photo/Bernat Armangue)

Me lo dicevano: ti svegli un giorno e non sei più ragazzo. Me lo dicevano ma io non ci credevo mica.  Anzi, pensavo di resistere. Non so spiegarlo meglio, pensavo di sopravvivere in qualche modo ai terremoti che ogni vita subisce a un certo punto. Non che volessi uscirne a testa alta, o quasi indenne, no. Pensavo però di mantenere in piedi tutta una serie di attitudini che, invece, sono macerie.

Accade così, mi dicono. E noto in loro persino una sorta di compiacente rassegnazione, come a dire: siamo tutti esseri umani, siamo tutti di questa terra, come diavolo pensavi di sfangarla te? Chi ti credevi di essere?

Non si tratta di chi mi credo di essere. Sarebbe così banale, l’ennesima storia di egocentrismo misto a superbia. Si tratta, piuttosto, di quel che ho smesso di essere in un attimo, dopo anni e anni di investigazioni, dopo anni e anni di investimenti copiosi e impegno, lacrime e sangue, in cui ho imparato a essere lentamente tutt’altro. Non è giusto, non è così che deve andare. A che serve tutta questa immensa fatica se poi crolla tutto in un attimo, coi terremoti dell’età?

Mi chiedo dove sono, mentre mi sto di fronte, e comprendo, in un modo violentissimo, che la presenza non mi basta. Non mi basto più. Non mi basta avere lo stesso nome, la stessa faccia, lo stesso desiderio di scrivere storie, giocare a calcio, dire stupidaggini. Non mi basta più quel che mi bastava, o forse semplicemente ho fame di altre cose.

E soffro, oggi, talvolta, senza nessun tipo di tutela da parte di quello, ed è molto, che invece è in piedi e mi caratterizza (e mi dà speranza e mi dà gioia) ed è il mio futuro. Sembro due persone. Una che non vuole smettere di esistere e una che non esiste ancora. E mi chiedo come diavolo si trovi un equilibrio sensato quando si hanno quattro gambe e due cuori e due cervelli che ti rendono così diverso, che ti portano dappertutto.

Quindi che faccio? Che diavolo posso fare? Mi ripeto che si tratta di un momento. Mi ripeto che si tratta di un periodo. I periodi passano. Passa tutto. Magari si riavvolgerà tutto a quando era tutto bello, o forse solo molto più semplice. E allora mi guardo intorno, in fertile attesa. Cerco sostegno laddove ho passato la vita, nelle persone che amo e ho amato, nei luoghi che vivo e ho vissuto, negli errori che compio e ho compiuto.

E se non fosse un periodo? Questo mi chiedo oggi, mentre cammino piangendo, con un’insistenza che perfora. E se, aldilà delle cose che ci ripetiamo con rassegnazione (che il tempo passa, che è un fiume in piena, etc.etc.), ci fossero veramente stagioni della vita così irripetibili da divorarci? Voglio dire: il tempo ha una sola direzione, è chiaro. Ma se noi non fossimo pronti a tutto questo? Se noi fossimo soltanto capaci di goderci brandelli di presente e rimpiangere i lampi illuminati del passato?

È che io oggi non mi trovo. Non sto bene. Vivo stonato. Su un letto di chiodi.

Quando è successo che abbiamo smesso di incontrarci? Apparteniamo a gruppi virtuali di gente che non ci interessa, che non conosciamo, che non conosceremo, e che in fin dei conti non è “qualcuno” per noi, ma “chiunque”. Viviamo in microcosmi sociali che confondiamo con universi. Microcosmi nei quali ci assomigliamo tutti, nei quali non importa chi siamo, ma quali etichette abbiamo addosso. Gruppi nei quali siamo soli.

Quando è successo che abbiamo smesso di amarci? Quando è successo che abbiamo smesso di innamorarci, senza difese, senza controlli? Quando è successo che abbiamo smesso di andare al bar a giocare ai videogiochi? Quando è successo che abbiamo smesso di chiedere a qualcuno di scattarci una fotografia?

Accumulo detriti. Formano dighe che mi otturano. Non so come ripartire. Da cosa ricominciare a costruire quel che adesso, improvvisamente, mi sembra distrutto, o pericolante. È che io mi sento ancora quel ragazzo, sebbene intorno tutto abbia preso una forma diversa da quando ero ragazzo. Sopravvivo alle cose. E intanto cambio con loro.

Mi adeguo. E resisto. Lotto e non mi arrendo.

Come si vive adesso, però? Può la vita diventare una battaglia di occulta resistenza per non adeguarsi ad un sistema di valori che non condivido?

Può, forse deve. Ma qual è chiave? Dicono, banalmente: cercare di essere quel ragazzo lì, in questo mondo qui. Dicono: l’adattamento è la vera evoluzione. Eppure io credo che non basti, che sia troppo dispendioso e che, a conti fatti, non sia veramente possibile. Troppi strattoni, troppe sollecitazioni, troppi rifiuti, troppe rinunce.

Quel che ci resta è stringerci addosso alle persone che sono come noi. Che si commuovono per quel che ci commuove, che si innamorano di quel che ci innamora. Educarci continuamente alla bellezza, alla poesia, all’umanità. Lavorare alla costruzione di qualcosa di minuscolo, ma perfetto, fecondo, radicalmente vero. Creare rivoluzioni piccole come il nostro salotto, enormi come l’educazione dei nostri figli.

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