Adesso. Te.

In questo preciso istante hai la sensazione esatta di aver sbagliato la vita. Tutta. Intera. Senza nessun ritaglio che si possa in qualche modo portare in salvo, rendere fondamenta. Senza nessun barlume di luce residua in un’esistenza che, in pochi giorni, è diventata buio totale.

Sei nella tua stanza di ragazza, a casa dei tuoi genitori. Sei sul letto su cui sei diventata donna, lentamente, paura dopo paura, pensiero dopo pensiero. Tua madre è di là, la finestra è chiusa, settimo piano, eppure si avverte il traffico di una via laterale di Roma. Hai sete, la bottiglia è lì, ma non bevi. Hai fame, ma non vuoi mangiare. I tuoi occhi sono pieni di lacrime, città sommerse, scogli a pelo d’acqua. Non vedi nulla intorno a te, eppure sai dov’è qualsiasi cosa. Sai che basta allungare la mano per prendere l’orso di peluche che ti ha fatto compagnia per tutta la vita, finché, sei mesi fa, non sei andata via, altrove, lasciandolo qui, dove ha senso, dove si adagia in una fase che ti eri lasciata alle spalle.

Sai che lì, all’angolo, c’è la tua chitarra che non suona più da anni. Le manca una corda ed è rimasta così, in attesa di qualcuno che se ne prendesse cura. Sai che proprio di fronte a te, accanto alla finestra, c’è la mensola con tutti i tuoi libri universitari, quelli già studiati, quelli da studiare. E il rimpianto di non aver portato a termine i tuoi studi, di aver considerato il tuo percorso personalissimo alternativo all’amore, invece che sostanziale. Sai che poco più in là c’è la tua scrivania, il portapenne di pietra che ricorda i marciapiedi di Lisbona, una pila di cd che non hai più ascoltato dalla tua partenza.

Sì, perché di quello si è trattato: una vera e propria partenza. Appena sei mesi fa, dopo quasi due anni di preparativi, di lavori, di scelte fatte a batteria, come una fucilazione: scegliere una casa, renderla come più vi piaceva, con sacrifici enormi, e poi arredarla, riempirla, renderla casa davvero. Finalmente vostra.

Hai preso la tua roba, era domenica. Hai attraversato la strada e sei andata a vivere lì, al palazzo accanto a quello dei tuoi genitori. Dalla tua finestra quasi si vede. Chi l’ha detto che per realizzare i sogni bisogna andare lontano?

Oggi è sempre domenica, è finito tutto. È imploso. Come faccia a finire così presto qualcosa che si è desiderato così a lungo non lo hai capito ancora, non te lo spieghi. Si può essere stanchi di desiderare qualcosa da non volerlo più, quando finalmente lo si è raggiunto? Non lo sai. Non sai a cosa aggrapparti in questo canyon di pareti liscissime che è diventata la tua vita da quel giorno, un giorno qualunque, pochi giorni fa.

Hai ancora in mente quella vostra conversazione, subito dopo Capodanno. Era distratto da un po’, sfuggente, ancora meno empatico di quanto già non fosse solitamente. E in testa ti balenava un pensiero. Era uno di quei pensieri che non trovano pace, finché non trovano risposte. Così, dopo una cena silenziosa, nella casa che avete disegnato nei dettagli, dopo sei mesi di convivenza, gli hai chiesto se avesse un’altra. Facevi altro, forse sparecchiavi, forse infilavi i piatti nella lavastoviglie, forse cercavi la temperatura  giusta dell’acqua del rubinetto per lavare via i residui di cibo. Lui ha risposto: “Sì”, come se a certe domande si potesse davvero rispondere sì.

Non sapresti dire cosa è successo dopo. Sai solo che ti è sembrato di non aver sentito. Ti sei voltata. Lui ha ripetuto “Sì, voglio dirtelo da un po’”. Sei rimasta a guardarlo, lungo il corpo le braccia bagnate che gocciolavano a terra le stesse gocce che di solito cercavi di evitare.

Con estrema calma ti ha spiegato tutto. La calma di chi ha già deciso, di chi ha avuto il tempo di elaborare tutto quanto, confrontare, scegliere. E tu, in piedi, zitta, nemmeno hai finito di sparecchiare quella cena qualunque. Ti ha detto che dura da tre mesi, che lei ha 22 anni, è giovane, bellissima, che con lei riesce a fare tante cose che con te non riesce più. Che escono, che vanno allo stadio, che si divertono. Ti ha fatto leggere i messaggi sul cellulare, anche i più intimi, ti ha detto: ecco, ecco tutto. E mentre tornava a respirare dal peso di una menzogna, tu iniziavi ad affogare in una verità che ignoravi.

In questi giorni sei tornata a casa dei tuoi. Al palazzo accanto, per fortuna. Hai analizzato ogni ora di questi 15 anni insieme. Metà vita. Metà vita passata insieme. Ti sei sentita sbagliata. Ti sei vergognata, non ne hai voluto parlare con nessuno. Hai analizzato i tuoi difetti, hai pensato persino di perdonarlo (purché tornasse, purché tornasse), lo hai chiamato ogni giorno e lui non ti ha mai risposto, hai vissuto nell’incubo che lui fosse con lei, chissà dove. Ti sei sentita diversissima da lui, e simile. E hai rivisto davanti agli occhi, all’infinito, l’ultima scena: il suo giubbotto di pelle che si allontana verso la porta di casa, senza voltarsi. E la sua barba curata, la sua pelle scura. e te che non sei riuscita a dire niente, nemmeno un insulto.

Ti sembra tuttora il finale di un film nel bel mezzo di un film, all’improvviso. C’è la scena clou… schermo scuro, titoli di coda.

Non sai dove mettere il dolore. Non sai come gestire la delusione. Come si sopravvive a tutto questo? E dove hai sbagliato? Cosa potevi dare di più di quel che hai dato? E cosa hai fatto davvero per meritare questo?

Non lo sai. Non hai risposta a nessuna di queste domande.

E non sai nemmeno che quello che ti sembrava impossibile, in realtà, l’hai già fatto. Pensare una vita senza di lui. Per la prima volta. Non ti era mai successo prima. Mai così.

Pensare che tu, senza di lui, sei sempre tu. L’hai fatto proprio adesso. Ti sei concepita donna a prescindere. E questo, anche se non lo sai, è il vero nuovo inizio. Forse il primo della tua vita.

Adesso, te.

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