Parole da un futuro nostro

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Eccoti.

Non c’eri, e invece eccoti. Ci sei, ti vedo.

Non saprei dirti come ci siamo incontrati, non nei dettagli. Le persone non capitano come gli oggetti o gli imprevisti, le persone si incontrano. Le persone succedono e nella chimica di quell’incontro cominciano ad esistere. Ci conoscevamo già da sconosciuti, ma cosa conta?

Tu, che non c’eri, sei successa senza preavviso. Sei esplosa come il bocciolo di un fiore, con la dolcezza che è propria delle meraviglie. Hai fatto passare il passato, hai fatto cessare certi riflessi condizionati che continuano anche quando i muscoli – e gli amori – sono morti da un pezzo. Come le code tagliate alle lucertole. Hai aspettato la fine degli spasmi, hai guardato dentro dove non soffiava più nulla da tempo, dove le finestre erano diventate muri, le serrature promesse dimenticate. Hai lentamente portato via la polvere, rispettandola.

Hai detto: ci sono. E io non te l’avevo chiesto. Hai ripetuto ogni tanto: ci sono, io ci sono. Ehi, ti ricordi che ci sono? E ho capito solo dopo che era una tutela per noi, quando le mie paure toglievano i respiri, indurivano i letti, e sentivo nostalgia di quel che non sarei diventato più.

Mi carezzavi la testa, mi facevi addormentare. I polpastrelli erano parole. Tutte quelle che non sapevo capire. Intorno a noi un silenzio che a pensarci oggi ancora commuove. Cosa succede in quei momenti di rispettabile complicità? E chi lo sa. Chi può saperlo? So che sul tavolo avevamo biglietti pronti per ovunque, e luoghi che ci attendevano, e persone innamorate o innamorabili, e ricordi dappertutto.
Ma tu sei rimasta, e io non me ne sono andato.

Sei il mio ossigeno, dicevi, e io voglio essere fonte infinita di ispirazione. Voglio che scrivi. Voglio che tiri fuori tutto ciò che hai, è bellissimo. Lo sei. Lo sei stata. Tutto.

Hai imparato a leggermi, io a percepirti, a entrare nel bunker che avevi sostituito al cuore. Tu insegnavi gesti, io insegnavo parole. E mi raccontavi le storie che avresti voluto raccontare. Mi dicevi: scrivi di questo! Poi ti bloccavi: mi mancano le parole, vedi? E io ti guardavo in faccia, ridevamo. E riprendevi a raccontare.

A volte, mancano i sorrisi condivisi. Sono il pieno perfetto per i vuoti che ci minacciano. E scrivevo di tutto.

Adesso invece scrivo di noi. Non è stato tutto facile. Abbiamo sbagliato. Abbiamo cambiato pelle. Abbiamo imparato a gestire le tue ansie, le tue insofferenze. Ce la fai, ti dicevo. E ti bastava che lo dicessi per convincerti di farcela davvero. Mi abbracciavi, mi baciavi, mi dicevi sempre: non ci basta il tempo, non basta il tempo per tutte le cose che vorrei fare insieme a te. E mi facevi bene. E ti dicevo che è bellissimo che il tempo a trent’anni non basti mai. A trent’anni il tempo non deve bastare mai. Se basta, se avanza, il rapporto è esauribile.

Ci dimentichiamo i percorsi, li appanniamo. Siamo macchine da obiettivi, li raggiungiamo e tendiamo a sfumare tutto ciò che ci ha condotti lì. Così, adesso, guardo i tuoi occhi, e sono i miei. Guardo le tue mani e le uso per toccare il mondo. Tocco i tuoi seni, le tue guance, i gomiti e mi sento io. E non ricordo come poteva non essere così. Non ricordo come ci siamo arrivati, i rischi, gli inciampi, le maledizioni, i gufi. Non ricordo le volte che abbiamo sfiorato gli addii, e li abbiamo dipinti da arrivederci.

Non ricordo tutte le volte che ci siamo innamorati di nuovo di noi. 

Ma cosa importa questo se, oggi, quando dici ci sono, io finalmente rispondo anch’io?

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