Dormirsi accanto

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Può essere un gesto che col passare del tempo tendiamo a sottovalutare, ma dormire con qualcuno, a prescindere dal rapporto che ci lega – sentimentale, amicale, familiare – e da quello che succede prima e dopo il sonno, è il gesto più intimo che possiamo condividere con un altro essere umano.
Parafrasando Kundera, non è il sesso ma il sonno il vero viatico dell’amore. Con una donna – o un uomo – che ami veramente, profondamente, dormire insieme è in assoluto il momento più bello che possa esistere. Dopo l’atto sessuale, per dirne una, se non c’è un sentimento importante a far da supporto e traino a quel piacere fisico condiviso, il più delle volte desideriamo che il nostro partner scompaia, si smolecolizzi, evapori. L’altro in sostanza è uno strumento, un oggetto, che quando ha finito la sua utilità viene riposto fino alla prossima necessità.
Fermarsi lì, invece, dormire, riposare cuore, gambe e fiato uno accanto all’altro, è concedersi nei momenti in cui riposiamo la vita. Ed è un modo per esserci totalmente, senza riserve, senza filtri, senza false maschere che teniamo addosso tutto il giorno, sesso compreso. Ci spogliamo, durante il sonno. Ci muoviamo senza sceglierlo, sbuffiamo, russiamo, sognamo, talvolta parliamo, teniamo dentro la pipì, finché la vescica sa tenerla. Non abbiamo il controllo. Siamo noi, senza sovrastrutture, senza veli, senza tempo.
Avere accanto, addosso, un’altra persona è darle tutto. È scivolare fuori da noi e contaminarci.
E a mio modo di vedere ci sono diverse ragioni che sostengono questa piccola verità che troppo spesso dimentichiamo.
Innanzitutto, nell’arco della nostra esistenza, sono straordinariamente poche le persone che accedono alla nostra stanza da letto, e al nostro materasso, e alle nostre lenzuola. I nostri genitori, ovviamente e in principio, che ci dormono accanto, sotto, intorno. Qualche amico, con cui dividiamo camere d’albergo, camerate di ostelli, tende da campeggio. Poi potrebbe esserci qualche coinquilino, con cui, a malincuore o per fortuna, condividiamo una stanza, un divano, un dondolo. E infine le persone, ognuno ha le sue, con cui abbiamo una relazione d’amore. In totale, nella maggioranza dei casi, si tratta di un numero che non supera qualche decina. Ed è un nulla rispetto alle notti di una vita. Niente. Un nulla talmente ridicolo che esalta chi di quel nulla fa parte.
Come secondo aspetto, non si può sottovalutare il fatto che, dormienti, siamo indifesi. E concedere a qualcuno di abitare quello spazio nel quale nemmeno noi possiamo prenderci cura di noi, è come dire Eccomi, è come dire Sono qui, sono io, sono intero adesso, e subito dopo sussurrare Prenditi cura di me, mi raccomando. Quando riposiamo accanto a qualcuno gli diamo le chiavi. Senza compromessi o riserve. Le donne sono senza trucco, gli uomini spesso trascurati e ruvidi nelle loro asperità. Si spengono le luci e prendono forma discorsi che si possono fare solo lì, solo in momenti come quelli, a una distanza esagerata dalla vita e dalla storia. Due voci e due mani che si cercano, braccia che stringono senza costringere, occhi che osservano senza vedere. E ognuno è se stesso senza più alcuna paura, alcun giudizio, né vanità.
Infine, c’è un aspetto molto più moderno. Attuale. In questo momento storico, di mille contatti e pochissimi rapporti, l’atto sessuale è diventato un evento molto più frequente e consueto di molti altri. Ci si conosce, ci si piace e ci si concede. Non è mia intenzione manifestare dissenso su questo. Quel che voglio dire è che, poi, andare a letto con qualcuno che si conosce appena, a volte nemmeno, è raggiungere presto l’obiettivo primario che molti assegnano agli incontri della loro vita. E una volta ottenuto, scompaiono e passano oltre. Ci si sostituisce per semplice noia, o disincanto, o paura di legami. La frenesia e la bulimia di conquiste e di sesso, ci allontanano dai rapporti che restano, quelli fatti di esplorazioni cardiache e di compromessi fondanti. Vogliamo tutto e sempre. E per ottenerlo è molto meglio essere volatili, eterei, briosi, piuttosto che coerenti, costanti, affidabili. Le radici sembrano sempre più limitanti, invece che strutturanti.
Vi chiederete: cosa c’entra quest’ultimo punto col dormirsi accanto? C’entra eccome. C’entra perché succede che si finisce col dormire con tutti, quasi meccanicamente, ed è come dormire con nessuno. E quel gesto, così raramente umano, perde spessore, perde portata.
Alla base di questo svilimento non c’è solo disinibizione, o leggerezza, ma mancanza di “rapporto”. Un rapporto costruito ora dopo ora, istante dopo istante, e di reale condivisione. E ci ritroviamo tanti compagni di sonno e nessun compagno di vita, nessuno che ci conosca veramente. Nessuno che dia un rapporto sincero, reale, affilato. Quello stesso rapporto che, in silenzio, mentre siamo abbracciati o magari ognuno nella sua parte di letto, ogni notte lievita un po’ e diventa commestibile, e ci dà pane, e ci sazia.

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