Quarant’anni. Tutti miei.

Sta come un pesce
che ignora l’oceano
l’uomo nel tempo.
Issa Kobayashi

Un attimo fa ho festeggiato i trent’anni, domani ne ho quaranta.

È stato un lampo, credetemi se vi dico che ho festeggiato trent’anni un attimo fa. È successo tutto così, con una sincronia fastidiosa e a tratti imbarazzante. Ho abbassato un attimo gli occhi e ne ho 40. Non sono riuscito a riflettere a dovere, non ho avuto un momento per capire come si possa diventare quarantenni senza accorgersene. Io giuro che non lo so.

Mi ricordo benissimo quando, da bambino, guardavo quegli adulti impettiti e responsabili, seri e pieni di cose da fare. I miei genitori, i loro amici, le maestre, gli allenatori. Ricordo che, per me, erano tutti “vecchi”, molto “vecchi”. In senso proprio dispregiativo, logoro, quasi da buttare. Erano già nella parte della vita in cui le cose erano andate com’erano andate, e pace. Erano andati. Da catalogare in qualche museo di roba antica.

Intorno ai vent’anni, invece, subito dopo la morte precoce di mio padre, i quarantenni sono diventati piena maturità, realizzazione, cornice. Una sorta di arrivo, prima del quale sarei stato ancora giovane, poi più. Del tipo che potevo cazzeggiare alla grande, viaggiare, studiare, commettere tranquillamente errori a profusione, perché quel limite, quel confine, era ancora molto lontano e, fin ad allora, diciamola bene, ci sentiamo tutti “ancora” ragazzi.

Oggi, per me, i quarantenni sono “io”, sono quelli che fanno gli adulti ma non ricordano quando lo sono diventati. Sono proprio come me: un ragazzino che non ha granché in più rispetto a quando aveva vent’anni, eccetto gli anni. Certo, le esperienze. Certo, le sofferenze e le gioie. Ma se mi fermo un attimo, mi guardo allo specchio e tento di andare oltre l’immagine del viso invecchiato, della barba più lunga, dei capelli più bianchi, scorgo gli stessi occhi. Giuro. Le stesse paure. Le stesse insicurezze. La stessa famelica voglia di vivere e di inciampare, lo stesso addolorato desiderio di fremiti, la stessa felicità di esistere.

Confesso però che questa ricorrenza la sento molto, rispetto alle altre. Certo, si invecchia sempre di anno in anno, ma quest’anno lo sto avvertendo di più. Ho cominciato a pensarci già da diversi mesi. Ho quasi sentito il peso dell’attesa, tipo un esame. E non ho potuto fare a meno di chiedermi perché questo tempo, questi dieci anni, mi è volato addosso così, come brezza, inafferrabile e delicato, piacevole e fuggitivo.

In questo decennio ho dovuto riprendere fiato, soprattutto all’inizio. Per poco, ma a fondo. Poi è diventato il decennio più denso della mia vita. Senza paragoni. Quello in cui le difficoltà non hanno avuta la tutela dell’età e dell’inesperienza. Quello in cui le scelte non hanno avuto il filtro né l’aiuto di qualcun altro.

Ho comprato una casa, ho iniziato una convivenza, ho pubblicato tre libri, ho aperto questo blog, ho viaggiato tantissimo, ho tirato su un laboratorio di scrittura, ho cambiato lavoro, sono tornato ad avere con la lettura il rapporto franco e trasparente dei miei vent’anni, ho iniziato decine di collaborazioni con case editrici, enti, associazioni. E, infine, sono diventato padre.

Forse è troppo facile e conveniente scrivere di tutto quello che ho fatto. Nella mia vita le cose concrete hanno sempre abbondato. Più dura, per me, è parlare di cosa sono e sono diventato: un cantiere aperto, gente che corre, gente che urla, in confusione totale, nel tentativo di costruire qualcosa di bello.

Come dicevo prima: sono sempre io, dai. Ed è banale, forse, ma a me sembra una continuità bella, importante. Perché non è tanto essere gli stessi la questione, ma sentircisi. Oltre i compromessi, oltre i lutti, oltre gli addii, oltre ogni tipo di ferita, sentire ancora di avere a che fare con quel ragazzo lì, che a dieci anni rincorreva un pallone, a venti le parole degli altri, a trenta le sue.

Oggi, a 40 anni (mi fa strano pure scriverlo), non ho ancora capito cosa voglio, ma la novità è aver ben chiaro cosa non voglio. Anzi cosa detesto. Poche cose, per lo più atteggiamenti tossici, e ci giro a largo. Mi metto in salvo.

Il sentimento prevalente in questa giornata è che si è fatto tardi troppo presto. Ma davvero eh. Stavo là un attimo fa, ed ora eccomi qua. Però sono sereno, e questo è tutto.

Poi guardo gli occhi di mia figlia. Ci vedo i miei. Ci vedo quelli di mio padre. Ci vedo il filo di qualcosa che prosegue. E mi sembra questo, oggi, più del resto, il senso della mia vita. Non nascondo, però, anche un’altra gioia, che testimonia abbastanza bene come la vita che vivo è quella che ho voluto: scegliere di poter essere qui, alla vigilia di un giorno così importante, a “scrivere scrivere scrivere di me”.

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