L’arte di rimanere accesi

Succede questo, a un certo punto. Sembra una congiura, un attentato, una di quelle cospirazioni di palazzo che vogliono farti fuori. Succede che ogni giorno, magari solo un poco, ti allontani da te stesso. Tipo un puzzle che smonti, lentamente, pezzo dopo pezzo, che ti lascia incompleto, che ti lascia mancante.

Non so spiegarlo. Non so che altro dire. Diciamo che uno ci mette una vita a costruirsi, a darsi forma, a darsi contorno, poi nasce un figlio e tutto intorno sembra convergere intorno all’abbandono di quel che si è così a lungo lottato per diventare. Manca il tempo. Davvero, però, non come quando dicevo di non averne e invece non sapevo che farci. Mancano le energie, i libri si posano sul petto, le dita si addormentano sulla tastiera, i film restano eternamente in loop. Mancano proprio le possibilità materiali di approfondimento, di ricerca, di crescita.

Ci sta, direte voi. Nobile. In fondo lo si fa per un figlio, mica per qualche insulsa attività collaterale. Qualcuno che cresce, diventa persona, diventa mondo. Vero, avete ragione. Mia figlia oggi compie 8 mesi, quasi il tempo da quando esiste dentro il ventre della mamma, e questo periodo, per me, e credo per chiunque lo abbia vissuto, ha rappresentato il periodo più bello e più dolce e più significativo della mia vita. Senza paragoni. Nessuno nega sia nobile dedicarsi ai propri figli, necessario, utile, indispensabile. Capovolge. In termini emozionali, non esiste altro che possa dare la stessa sensazione di completezza e di gioia, di semina, di futuro, di vita che scorre, e scorrerà, senza di noi.

Nobile, davvero. Poi però occorre essere onesti. Questi otto mesi hanno rappresentato anche altro. Il puzzle di cui parlavo prima, che sarei io, lentamente si sta sfaldando. Non che io sia un’altra persona, no. Eccomi, sono lo stesso. Anzi, sono un papà, che è qualcosa di così difficile da spiegare a chi è stato e sarà soltanto figlio. È qualcosa di esatto e insieme molto vago. Comprende tutto, ma esclude anche molto. È una distanza imprecisa tra l’abbraccio e il distacco, il sorriso e il pianto, la tenerezza e il rimprovero. È rappresentare una strada, non importa quanto giusta, quanto lunga, quanto impervia, purché sappia condurre da qualche parte. Purché rappresenti un esempio di movimento, di penuria di staticità.

Insomma, sono sempre io, alla seconda. È come se avessi tirato fuori una parte di me che non sapevo di contenere. Lo dicevo a un amico. Non lo sappiamo chi siamo finché non lo diventiamo. Conteniamo tutto, davvero. Solo che a volte abbiamo paura di cambiare, metterci alla prova, investire in altro. E restiamo ridotti al minimo, o a una piccola parte, di ciò che potremmo.

Quindi mi sento elevato, dentro le cose. Eppure, come dicevo, mi sto sfaldando. Com’è possibile? È come se tutto pian piano mi lasciasse, si staccasse da me, come un iceberg, e alla deriva si dirigesse altrove. Lontano. Sono io quei pezzi lì! Tornate qui, maledizione! Dove diavolo andate? Siete miei!

Il punto è proprio questo. L’epicentro di questo terremoto bello. Io non voglio dimenticarmi di me. Sono uomo prima d’essere compagno e padre. Sono me. E ho investito tempo, sofferenza e ricerca per esser così, prima di diventare padre. Volevo prepararmi. Volevo sistemarmi. Oggi non voglio sfaldarmi. Nemmeno per mia figlia. Perché quei libri, quelle parole, quel continuo e incessante viavai di curiosità, che raschia il petto, lo accende, lo rende palpitante, lo commuove, lo emoziona, mi hanno reso la persona che l’ha desiderata immensamente, che la stringe al petto in un modo esatto e non in altri, che la accarezza con quella pesantezza sui polpastrelli e non un’altra, che la fa ridere per certe sciocchezze e arrabbiare per altre.

Si pensa che ai figli servano solo dedizione e presenza, amore, costanza. Io credo che a loro serva innanzitutto un genitore felice, sereno, colmo di quello che crede sia vivere, di quello che ama, di quello che lo fa palpitare. Credo che a loro serva qualcuno che resti acceso, che insegni come, nel marasma della vita, si debba lottare ogni giorno per sentirsi vivo, continuando a nutrirsi di ciò che si ama.

Lo pensavo ieri sera, al concerto di un cantautore che amo moltissimo. Il primo concerto da quanto sono papà. Pensavo che questa non è la solita storia che si dice sempre: resta acceso per illuminare i tuoi figli, o per indicare loro la via. No, non è quello. Alla fine ognuno brilla come può e come sa, ed è bello così. Quel che pensavo è che mi piacerebbe insegnare a mia figlia, attraverso le mie azioni, che deve lottare per sopravvivere a tutto ciò che vorrà placarla, a tutto ciò che vorrà contenerla.

Mi piacerebbe insegnarle che non ci si deve spegnere mai. Per nessuna ragione. Nemmeno per un figlio.

Soprattutto per un figlio.

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