Figli e parole

Tra le persone che scrivono per mestiere, ambiscono a farlo, o lo fanno solo per diletto, c’è un modo di dire che odio. È una similitudine spicciola che all’inizio, nella penuria di parole e nell’imbarazzo che sfiora il senso di colpa di chi trova il coraggio e la modalità di proporre le storie che ha dentro, ho usato anche io. Non voglio attenuanti, posso dire però che, oggi, la ripugno.

Riguarda le parole, riguarda i figli.

Si sente dire spesso, agli eventi letterari, alle presentazioni: il relatore di turno chiede allo scrittore se le sue opere, i suoi libri, le sue storie, sono per lui come figli. Lo scrittore, dopo un sospiro invaso da un accenno di sorriso, risponde “Sì, sono tutte mie creature, sono figli che lascio per il mondo”.

Sono diventato padre da poco, fatico a trovare tempo per scrivere, lascio le storie appese a mezz’aria, i miei personaggi sono tutti a una fermata di un bus immaginaria, in attesa di salire su e continuare il loro viaggio. Io sono in rimessa, il bus è in attesa di ripartire. Ci soffro, in un certo senso. Perché so che le storie hanno un tempo, e trascurarle spesso significa abbandonarle. Eppure lo faccio a cuor leggero. Senza rimpianti.

La scrittura, e prima di essa la lettura, mi hanno salvato la vita almeno tre volte. Sono loro riconoscente. Non riuscirei a pensarmi come mi penso oggi, a conoscermi come mi conosco, senza Gianni Frestella, Fernando Zelante, Giuseppe Artone e tutti i protagonisti delle mie storie. Sono me. Sono loro. La lettura mi ha salvato donandomi la consapevolezza che è possibile condurre altrove la propria vita, la scrittura mi ha reso cosciente che è possibile addirittura scegliere dove la si vuol portare.

Eppure, se mi chiedeste qual è il più grande insegnamento che mi hanno dato le parole, non avrei dubbi: la rinuncia. Meglio: il piacere della rinuncia. In questi anni di romanzi, di presentazioni, di impegni e di soddisfazioni, in questi anni di refusi, di correzioni, di delusioni e di rincorse, ho imparato soprattutto questo: il piacere della rinuncia. Quel che si prova quando, a valle di una scelta, esiste quel che quella scelta include e quel che quella scelta esclude.

Sembra semplice, in realtà è quanto tra più complesso esista imparare a lasciar andare le cose che ardono.

Io ci ho messo una vita. E a volte non ci riesco ancora.

Ecco, ammesso che, al pari dei figli, anche i libri siano nostre creazioni dal niente, atti d’amore, siano, in qualche modo, una scommessa, una concessione di sé, qualcosa che prima non c’era, questa frase che oggi odio contiene una approssimazione che, mio malgrado, all’epoca non potevo aver colto.

Non potevo, perché conosco bene cosa si prova verso le proprie parole e le proprie storie (le si ama in maniera sterminata, come altri noi che al posto nostro, per il mondo, vanno a dire quel che noi ci abbiamo messo dentro). Non potevo perché non sapevo cosa si prova a ricevere un sorriso gratuito, a sentirsi stringere senza pretesti e senza ragione, a cambiare un pannolino nel bel mezzo della stesura di un racconto.

Ora posso dire che mai, mai prima d’adesso, avrei pensato esistesse qualcosa, qualcuno, in grado di far passare in secondo piano persino l’amore per le parole. E invece è accaduto. I giorni procedono fluidi e impegnativi, i miei personaggi sono lì, ad attendermi.

Ora mi riesce difficile, ma so che andrò a prenderli, lo so, e riprenderemo il viaggio. Gli amici non si lasciano per strada, perché gli amici sono la nostra strada. E mi perdoneranno, ne sono certo, se, nel frattempo, ho provato a fare il padre.

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