Nel mezzo

E. Hopper – Automat (1927)

Sei seduta al bar, aspetti il treno.

Ti vedo affogare in un cellulare troppo grande per le tue mani piccoline, minime, quasi incapaci di afferrarlo. Leggi, assorta. Sembra importante. Per un attimo penso di non disturbarti. Gli incontri sono così rari, però, che disperderli sarebbe un peccato. Così ti tocco la spalla.

Quando mi vedi salti in piedi. Sorridi con tutta la bocca, senza ombre. Ci abbracciamo come vecchi amici. Saltiamo di colpo i convenevoli. Arriviamo subito al centro delle questioni, senza girarci intorno.

Eravamo così io e te, prima di perderci. Finivamo addosso alle cose senza indugi, senza tutele, senza riserve, ingoiati dalle trappole della vita. Avevamo questo di bello, e pericoloso: eravamo in mezzo a qualcosa senza averla capita, in quella fase dove gli altri ancora la studiavano noi già ne eravamo prigionieri. Divoravamo il mondo, colmi di aspettative e di rincorse, senza prendere fiato, senza riposare, senza spiegarci niente.

Un attimo dopo essere lasciato dal tuo abbraccio, provo una sensazione esatta. Mi sembra di scorgerti intatta, identica a prima di questo tempo. E sono felice, in qualche modo, che esista una capacità, un’attitudine che ripari dalle disavventure che ognuno ha, che ognuno vive, che sicuramente hai vissuto. Sono felice che quest’attitudine l’abbia proprio tu. Vederti così, sopravvissuta alle intemperie della tua esistenza, – che mi sono arrivate per riverberi, per voci, per amicizie in comune, – mi lascia addosso una gioia che definirei completa, totale.

Questa sensazione dura un attimo. Mi chiedi come sto, e capisco che sei tu a non star bene. Sorridi. Non ti chiedo niente. Mi dici che i sorrisi sono abiti belli, ma non sempre sono i più sinceri. Si chiudono le sbarre del passaggio a livello. Ti guardo, tu guardi me, poi le sbarre, e mi dici: resto, prendo quello dopo. Non ti preoccupi del fatto che magari sia io ad avere da fare. Per te, adesso, restare qui è più importante che andare ovunque.

Non so da dove cominci, ma sento che le parole che ti escono dalla bocca sono valigie. Parli di un uomo, il suo nome non lo pronunci, ma capisco che lo hai amato fino al più recondito spazio tra le tue cellule. Mi dici che sono stati anni duri, che essere seconda, restare sempre e solo dove lui è di passaggio, all’interno di coordinate oscure conosciute solo a voi, ti ha logorato. Mi dici: la mia vita è stata un’attesa di qualcosa che non poteva capitare. L’ho sempre saputo, ma non ho saputo smettere di aspettare.

Io ti ascolto, non so che dire. Sembri così forte da qui. Sembri così donna. Anche solo per il coraggio di raccontare tutto questo. Anche solo per il desiderio di aprire le stanze che odorano di muffa e di chiuso.

Otto anni, mi dici. Ti rendi conto? Otto anni ad aspettare il niente.

Così, nel tuo racconto confuso dalla rabbia e dalla delusione, comprendo tutto. Ti ha confessato che si stava separando dalla moglie, otto anni fa. E tu, nei calcoli scalcolati che fa chi si innamora, hai sperato che fosse una questione di mesi, forse un anno, massimo due. E hai vissuto i margini, i contorni, nell’attesa che qualcuno ti autorizzasse ad arrivare al centro.

Piangi, adesso. Le lacrime rigano educatatamente le guance, quasi controllate ad una ad una come i bambini che scendono giù da un acquascivolo. 

Mi dici che il problema non è averlo perso. Te ne sei fatta una ragione, al punto di non volerlo più. Anche se, adesso, lui si sta separando per davvero, e sua moglie se n’è già andata via di casa. E si potrebbe. E sarebbe possibile. Non lo vuoi più perché hai fame di una vitalità che con lui è esaurita, ferita da quel che avrebbe potuto essere. 

Mentre parli sembri in pace. Lo stai dimenticando. E non capisco, aldilà della delusione, cosa c’è adesso in te a fare così male. Mi dici: di tempo ne è passato molto, e mi sembra di averlo perso, ma so che non è così. Razionalmente lo so, ma nello stomaco ho una guerra mondiale.

Sto in silenzio. Perdi lacrime. Il mondo sembra fermo, sembra guardarci. 

Sono nel mezzo, capisci? Ho quarant’anni. Avrei voluto un figlio, una famiglia, una casa condivisa con un uomo, una vita, proprio una vita, una quotidianità insieme a qualcuno. E invece sono nel mezzo e non ho nulla di tutto questo.

Vorrei dirti che non è tardi. Vorrei dirti che essere in mezzo a qualcosa è la posizione migliore per viverla. E vorrei dirti che si sbaglia, semmai sia stato un errore, e che sbagliamo tutti; facciamo pace con questo. Invece non dico nulla. Perché hai ragione. Sei nel mezzo. Nel mezzo di tutto quanto. E fa maledettamente male esserci arrivati diversamente da come si voleva.

…e lui continua a cercarmi nonostante abbia detto chiaramente che non mi ama più.

Così intuisco che stavi leggendo qualcosa di suo, quando ti ho vista seduta lì.

Io non gli rispondo, ma lui mi scrive lo stesso.

Mi viene da dirti: forse essere nel mezzo è anche questo, leggere quel che scrive, anche senza rispondere.

Mi guardi. Forse mi odi. Ma sai che è vero. Sai che si rimane dentro qualcosa finché non si chiude per sempre. E che il primo passo da fare è quello, per cominciare a vivere la tua vita davvero. Nel mezzo. Ma veramente. Così fai vincere un sorriso. E restiamo in silenzio.

Non so perché hai raccontato tutto questo a me, in fondo siamo diventati sconosciuti. E non so nemmeno cosa fare per aiutarti. Forse alcuni legami restano, sopravvivono, o forse semplicemente viviamo nell’attesa che qualcuno ci ascolti veramente.

Ora vorrei dirti che lo fanno, che gli altri spesso non ci lasciano andare, che quando finiamo in un gioco perverso di proprietà illegali, dobbiamo esser bravi a smarcarci, a separarci, a ritornare noi. Si tratta della cosa più difficile in assoluto. L’amore che diventa indifferenza. Ma non esiste un altro modo. Non c’è.

Ora dirti qualcos’altro mi sembra svilente. Forse nemmeno ne hai bisogno. Forse il mio ruolo, – la mia utilità – è stato solo lasciarti parlare. Si chiudono le sbarre di nuovo, mi abbracci forte che sembra una gara olimpica. E prima di andartene, proprio un attimo prima, prendi il cellulare, davanti a me, selezioni la conversazione con lui e la cancelli senza averla letta. Vai sul suo contatto, cancelli anche quello. Sollevi le spalle, le sopracciglia, gli zigomi.

Cominci a camminare verso la fermata.

Hai un passo che non ricordavo. Sei nel mezzo della tua vita, come prima.

O forse un po’ di più.

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3 pensieri su “Nel mezzo

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