La responsabilità della serratura

buco

Sembra impossibile che non si apra, invece capita spesso, e sta capitando a te.

Sei qui davanti, la porta ti sorride. In una mano hai i tuoi trent’anni che si lamentano, vagiti di neonato, nell’altra un mazzo di chiavi che non hai mai contato, perché non hai mai pensato che ti servissero tutte quante. Sapevi che ce n’erano quante bastava. Le stringevi in pugno ed eri certo che ovunque c’era da aprire qualcosa per andare avanti, beh, tu l’avresti saputo fare.

Mania di protagonismo, delirio di onnipotenza, sindrome da egoismo cronico. Questo mazzo di chiavi, oltre a tutto ciò, rappresenta le opportunità che sai di avere, quel che ti compete, quel che non ti spaventa più, o che può significare ancora qualcosa. Che può significare ancora una strada.

Non si apre, maledizione! Le hai provate tutte, ma questa porta non vuol saperne di scattare e schiudersi. Sei qui davanti, stanco. A trent’anni sei già stanco. Ci avresti creduto se te l’avessero detto qualche anno fa? Ci avresti creduto se a vent’anni ti avessero messo davanti questo te, e avessero scritto sotto “te a trent’anni”?

Forse siamo fatti tutti così e non ce ne accorgiamo finché non ci fa male il cuore. Forse proseguiamo a spron battuto finché una porta chiusa non è più forte delle nostre spallate e ci delimita la vita. Forse siamo tutti così, ma nessuno lo sa prima di capirlo sulla propria pelle. Tu non avresti mai creduto che fosse possibile ubriacarsi di tentativi, provarle tutte, senza che questa porta blindata regalasse il bagliore del transito. Esistono forse porte che non si aprono? Sarebbero muri, sarebbero dighe, sarebbero altro. Eppure non c’è appello, qui non puoi procedere. Non ha pietà per il tuo peregrinare, per l’estremo bisogno di oltrepassarla, di entrare in nuove dimensioni esistenziali, formate da nuove speranze e da nuovi cassetti per contenerle.

Nella vita superiamo tantissimi ostacoli, difficoltà profonde e indicibili, paghiamo prezzi altissimi, perdoniamo nemici e temiamo rivalse da sconosciuti. Di porte ne attraversiamo centinaia. Infiliamo le mani in tasca, cerchiamo la chiave giusta, la infiliamo nella toppa, e via. Tu stavolta hai fatto altrettanto. Ma sei rimasto qui.

Le chiavi sono infinite, la serratura è una sola. Ti sembra questo il controsenso maggiore. Indovinare quella giusta. E se fosse la serratura a non lasciarsi contaminare? Se fosse lei a non volersi concedere? Se sapesse sostenere la responsabilità di smettere di funzionare? Ti adagi a terra, sei affranto. Volevi proseguire cavalcando, senza freni, come fai da una vita intera.

Ti sdrai. Cerchi di riposare un poco. Noti un fiore di campo, lo stavi calpestando. Ti ci siedi accanto, incroci le gambe. Lo osservi piegato sotto il peso dei suoi petali. Un raggio di sole gli dona una tonalità che non avresti pensato. Adesso un merlo ti saltella a pochi centimetri dal ginocchio, è buffo vederlo da così vicino, incuriosito dalla tua presenza. L’erbetta tagliata fina ti solletica le caviglie, inizia pure a sollevarsi un venticello fresco. Dov’era tutto questo? Dov’era tutto questo fino a pochi istanti fa, mentre cercavi nervosamente la chiave per andare avanti, correre via, proseguire lontano?

Era qui. Nello stesso luogo in cui è ora, forse non c’eri tu. Eri qui senza esserci. Sorridi, poi torni serio. Guardi il mazzo di chiavi e ti vien da piangere. Tutto quel peso. Tutte quelle possibilità da tenere in tasca pesantemente solo perché forse prima o poi sarebbero servite. Che sciocchezza. Così ti rilassi, finalmente. E ti basta questo, un fiore, un merlo, il vento fresco. Ti basta l’erba tagliata fina.

Ti lasci andare un poco, ti metti comodo e senza accorgertene ti appoggi con la schiena alla porta chiusa che, col peso del tuo corpo morto, fa clic e si spalanca.

02.06.2011

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