Le parole per farlo

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Le parole sono ponti sospesi, tra un luogo e un altro.

Sono il nostro principale, e preferito, mezzo di comunicazione, e come ogni altro mezzo, hanno il loro obiettivo, la loro utilità, le loro regole. Sanno significare come nient’altro, e celare. Dire senza dire. Colpire. Promettere. Sono nuvole e pioggia. Bagnano, di lacrime e di umidità. Sono promesse, sussurrate o urlate, sottintese o palesi. Sono sillabe, omesse per volontà o per distrazione. Sono errori, che tutta la vita rimpiangi di aver pronunciato. Sono scatti in avanti, sono bivi. E incespicano, si rotolano addosso ai muri sporchi di certe conversazioni, si adagiano, poi ripartono. Sono bugie di comodo, e verità assolute. Sono aguzze e colorate, dolci o rancorose, contate una ad una oppure vomitate. Sono studiate a tavolino o improvvisate. Sono relitti o portaerei, cani randagi o pappagalli da salotto.

Veicolano vita. Vanno rispettate, come l’essere umano che le pronuncia. Né più, né meno. Grazie a loro, infatti, riusciamo non solo a capire ma ad essere capiti, a proporci al mondo, alle persone, a chiunque protenda verso noi un orecchio teso. Questo è il cortocircuito della comunicazione. Capire ed essere capiti. In un gesto unico.

Il problema, un problema reale, sorge quando le parole si confondono, sbiadiscono di significato. E con questa frase intendo non tanto le imponderabili questioni semantiche, dialettali, linguistiche, che lascio ad altre sedi più competenti ed opportune. Intendo soprattutto altro. Intendo quando, a parità di capacità espressive, tra due persone che parlano la stessa lingua, le parole passano via come se niente fosse, diventano vento. E, dette o non dette, non fanno alcuna differenza. Perché dirle, allora?

C’è da dire – su questo purtroppo concordo – che molte persone parlano a vanvera. Parlano senza dire. Senza avere un’idea che, attraverso quelle parole, possa manifestarsi chiaramente. E ci sono persone, poi, che con le parole giocano, improvvisano, artisti del significante, clown della comunicazione. C’è chi annoia, quindi, e chi ci deride o raggira. Certo. Ci sono. E forse sono la maggioranza.

Per fortuna, però, ci sono anche splendide eccezioni. E sono vicino a noi, non nelle biblioteche universitarie, o nei libri, o nei centri culturali. Ci sono persone che ci parlano davvero. Persone che con le parole non scherzano mai, nemmeno quando scherzano. Persone che scelgono, continuamente, con estrema cura le parole, come fossero un vestito in un giorno importante, il cielo di un tramonto quando hai tempo per fotografarlo. Persone che amano le parole al punto di scomodare solo quelle che sono necessarie, solo loro, esattamente loro.

Ecco, quelle persone non solo meritano ascolto, come tutti, ma attenzione, partecipazione, coinvolgimento. Meritano un’opportunità: che gli si creda.

Oggi, praticamente a 35 anni, ho capito che le parole non esistono solo per dire qualcosa. Possono accadere. Succedere. Sono germogli di fatti. Sono premonizioni, spesso. Quantomeno sono intenzioni, sono idee, o solo velleità. Sono mattoni. Magari all’inizio sembrano nulla – solo mattoni – ma sono base per il resto, per iniziare a costruirlo. Oggi ho compreso che le parole esistono a prescindere dalla realtà, e occorre badare alle parole, anche le stesse, a seconda delle bocche da cui escono. Significano diversamente. Inutile negarlo.

Per questo, è un peccato non prendersi sul serio, quando si parla tra persone così. Perché, per persone così, le parole sono pietre preziose, giuramenti, appuntamenti con la storia. Nessuno avrebbe motivi per scagliare offese, centellinare sentimenti, alimentare attese, perdersi in un buio che non porta da nessuna parte. Per questo è un peccato non darsi credito, non solo per le parole dette a gran voce, ma anche per quelle non dette, o tenute strette tra i denti, o magari taciute. 

Per tutto quello che si è saputo dire.

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