Disequilibrio sentimentale per principianti

wedding-659458_960_720Sei innamorata, o forse non ancora. Non proprio.

Sei in quella fase, che si attraversa a volte, nella quale si è sporchi di fango e si vuole volare. Fino a qualche mese fa correvi dietro una storia che non esisteva, ma che vivevi come la tua vita. Ti donavi senza risparmio, come le donne – solo le donne, – sanno fare. La coltivavi come un giardino, seminavi fiori e non attecchivano, annaffiavi boccioli e non sbocciavano. E sorridevi, qualche volta. Sorridevi quando sentivi gli odori che potevi sentire solo tu, fragranze d’estate, di primavera, di futuro reale. Ti sistemavi i capelli in un modo un po’ più bello, per stupirlo. Era quello, forse. Era che non ti bastavi mai, perché sembravi non bastare mai a lui. Ed era splendido prendersi cura di qualcosa, anche se non dava pace.

Lottavi per un posto che ti era dovuto, almeno a sentirlo parlare, almeno a sentirlo confessare il sentimento che provava per te, e gli incastri in cui si era ficcato. Inestricabili, ingestibili, inumani. E rimanevi. Rimanevi nello stesso modo in cui rimangono gli oggetti. Con quella natura inanimata che non lascia scelta.

Poi sono passati anni. Hai cominciato a sentire cattivi odori, acqua stagnante, rifiuti. Hai fatto i conti coi fiori che non vedevi più, all’improvviso, e con orizzonti schiacciati, obiettivi soffocati, persino sogni disattesi. A forza di sperare nel cambiamento si smette di desiderarlo.

Non esiste un modo per descrivere il momento nel quale si accartocciano i desideri di una lunga parte di vita, ma si possono dire due cose: innanzitutto è un momento esatto, preciso, definito, quasi un orario (ma non per questo riconoscibile da tutti); e in secondo luogo fa rumore, dentro, un clic, uno scatto, qualcosa che concede il lusso di vedere finalmente la fanghiglia della palude in cui si è finiti.

Così hai preso le tue cose, soprattutto te stessa, e il coraggio, e le tue attitudini, in uno dei momenti più sani, e sei andata lontano. Non lontanissimo, quanto bastava per respirare, asciugare lacrime, decostruire lentamente i progetti per due che avevi costruito tu, da sola. Questo è stato complicato, a tratti estenuante: capire che dal fango non si esce puliti. Non basta venire via. Non basta neppure asciugarsi. Occorre avere la pazienza di raschiare via i residui, di accompagnarli ai bordi del corpo, gettarli lontano. Occorre racchiudere la nostalgia dentro il baule delle scenografie già utilizzate, vecchie, fuori tema.

E poi ti sei innamorata di nuovo. O forse non ancora, non proprio. Forse si è trattato solo di una rinnovata felicità, talmente inattesa da sembrare amore. Chissà. È stato persino semplice, dopo quell’addio. Lui c’era sempre stato, aveva un ruolo diverso, era un amico, un confidente, era qualcuno su cui hai contato veramente. All’improvviso è diventato una storia. Un amore. Una corda. Qualcosa che, da quel fango, ha saputo tirarti via come nient’altro. I ruoli sono come i vestiti, li cambiamo continuamente. E invece dovremmo tenerne addosso uno, almeno preponderante, e vivercelo a fondo.

Nessuno sa, né può sapere, cosa una persona provi per qualcun altro. Dobbiamo fidarci delle parole, dei gesti, tutta materia su cui si può facilmente mentire. C’è questa tacita discrezione nel sentimento, che lo rende rischioso e pericolante. Voi vi siete fidati. Avete vissuto mesi leggeri e profondi, vivaci. È stato un sollievo, e anche una sorta di terapia. È semplice stare bene dopo una guerra, perché è il momento in cui lo si desidera di più. Forse perché ci si disabitua alle cose piccole, alle cose semplici, ai sorrisi, ai lampioni accesi, ai chioschi di gelato.

Solo che il fango non va via da solo. E a volte ce lo troviamo addosso, in punti che avevamo trascurato. A volte torna. Avvolge con il suo falso calore. Avviluppa. E se non siamo puliti, se non siamo equilibrati, la tentazione di ricadere, di tornare in quelle sabbie mobili, è fortissima. Le sabbie mobili non rilasciano mai, hanno un verso solo. Dipende da te. E allora eccoti lì, una sera, tra le braccia e la parole di chi ti ha ferita. Non passa mai l’idea di cambiare chi abbiamo amato, finché non smettiamo davvero di amarlo. E tu hai smesso così, davanti a un caffè, mentre lui ti parlava di voi e tu avevi finito di crederci. Non hai coperto le sabbie mobili, hai solo cessato di ritenerle l’unica strada possibile.

Sei tornata al presente, umanamente turbata da un passato finalmente passato. Hai avuto qualche giorno silenzioso. Hai preso respiro. E poi hai parlato. Con lui. Con lui che vuoi affianco e che ti chiede cos’hai di così triste addosso da qualche giorno a questa parte. Dici tutto, lasci precipitare le parole come un peso, la verità è qualcosa di affilato, ma sa passare tra le cose, accenderle, dar loro dignità. Dici che sei stata turbata ma che adesso stai bene, e vuoi lui. A lui non basta. Non basta perché non sa perdonarti il colpo di coda di quel fango che conosce e che ha accettato, ma che adesso che sei sua, gli sembra sporcarti. Sporcarvi.

Non sa, in sostanza, trattarti da essere umano, che confonde l’amore col fango, il fango con l’amore. O forse tutto questo con chissà cos’altro. Ed è umano per questo, soprattutto. Amore per questo, soprattutto. Tu torni in silenzio, senza il passato, senza il presente. Sei convinta di aver sbagliato a dire la verità, io credo più semplicemente che tu abbia commesso l’ingenuità di non pensare nemmeno un istante di non dirla. E hai paura, ti si legge negli occhi mentre mi abbracci.

Riparti da te, è l’unico modo per ripartire. Mi dici “Sto elaborando tante cose, superata questa elaborazione potrò ripartire. Ma devo smettere di essere la talebana di me stessa.” Sorridi. Io non so cosa vuoi dire esattamente, ma in qualche modo penso di averlo capito.

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