Quello che non voglio più

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I propositi, quelli buoni, quelli che si recitano nei momenti cruciali della vita, agli appuntamenti con la nostra storia personale, o magari soltanto nelle ricorrenze più significative (a Natale, o all’inizio di un nuovo anno, ad esempio), hanno sempre la forma di un vorrei. Un’intenzione, quindi, che ad essere onesti il più delle volte resterà disattesa, resterà intenzione. Dal prossimo anno vorrei far questo, vorrei concentrarmi su quest’altro, vorrei dedicarmi anima e corpo a un progetto che amo più di me stesso.

Quel condizionale, quel vorrei, contiene una forza troppo esigua per conquistare quel che vogliamo protagonista nel nostro futuro. Quello che ho notato, col passare degli anni, delle delusioni, delle ricadute e dei sogni diventati realtà o abbandonati, è che la forma delle mie intenzioni è diventata privativa e ha smesso di essere condizionale. Non si tratta più di un vorrei striminzito che desidero realizzare in punta di piedi, ma di un non voglio più. Di qualcosa che devo smettere di fare, di essere, di sbagliare, di ripetere. Come se la serenità fosse qualcosa di pregresso a cui tendere, una condizione primitiva, precedente, smarrita.

Non so se crescere sia anche questo (anche se me ne sono convinto!), ma credo che la chiave di volta dell’intero apparato comportamentale di qualcuno sia smettere di avere smania, e soffermarsi sul dono della vita che si ha. Sulle piccole grandi imperfezioni che la rendono eccezionale, sugli inciampi che nobilitano la corsa, sulle persone che sanno commuovermi. È tra le banalità più comuni dire a qualcuno: vivi nell’attimo, goditi la vita, ascoltati… ma chi lo fa?

Quello che non voglio più è pensare che annoiarmi sia tempo perso, che riposare sia tempo perso, che dormire sia tempo perso. Non voglio più pensare al tempo come tempo perso, e andarci in ansia, e rincorrerlo, e sfinirmi. Quello che non voglio più è accettare quello che non ritengo assolutamente giusto come se fosse ugualmente giusto, o non così importante da definire. Credo si diventi soprattutto ciò che si riesce a scegliere. La tolleranza è una ricchezza, questo è ovvio, ma tollerare non è condividere. E io non voglio più confondere la tolleranza con la condivisione, perché odio il gioco sporco di chi ti fa sentir sbagliato perché non sei uguale a lui. Rispettare tutti, condividere con pochi. Ed è sano così. Non diciamo fesserie.

E ci sono tante altre cose che non voglio più confondere: il sesso con l’amore, l’amicizia con l’amore, l’attrazione con l’amore. Tutto quello che non è amore con l’amore. Non voglio più parlare d’amore come di ogni altra cosa. O chiedermi ripetutamente e con sofferenza cosa provo per qualcuno, quando conosco già la risposta. Non voglio più avere ruoli che non mi competono. Ecco, questo non lo voglio più davvero. Rivestire ruoli non ci appartengono è il modo peggiore per stare male, e il più frequente. Tu sei lì, non capisci, e stai male, e ti chiedono conto di qualcosa che non ti spetta ma di cui ti fanno sentire responsabile. E ti fai in quattro, soffri, piangi, urli, mentre basterebbe che smettessi di fare ciò che non ti è dovuto affatto. E infine non voglio più sabotarmi, non voglio più essere complice della mia infelicità. Se anche dovessi attraversare altri momenti cupi, tristi, addolorati, io voglio sentirmi dalla mia parte, affrancato da ogni colpa, da ogni attrito.

Quello che, nel frattempo, ho iniziato a desiderare ha la forma di qualcosa che già ho, ma non so apprezzare. Non so se capita anche a voi. I miei desideri non esistono più come desideri di qualcosa, o di qualcuno. Non sono esterni, sono interni.
Persiste qualche sogno, ma i sogni non si chiedono né si regalano per Natale. Si costruiscono.

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