Orfano

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…in fondo anche tu sei orfano. Dovresti capirlo.

Ha concluso il discorso così. Si parlava di un amico, a cui è venuta a mancare la madre, e la frase era una frase lunga e articolata che nemmeno ricordo. Eravamo in quella precisa fase dei discorsi quando l’attenzione cala e ci si limita ad approssimarsi verso la fine, i saluti, l’arrivederci. Lui ha chiuso la frase così, e tra noi è rimasto un silenzio inusuale, sospettoso, quasi famelico. Un silenzio che non mi è stato possibile riempire in nessun modo.

Capita così con le parole. A me, almeno, capita spesso. Le conosci da sempre, le ripeti magari mille volte, poi all’improvviso ti sorprendono. Come una cara vecchia amica che hai perso di vista, e incontri alla festa di paese dopo anni, e ti sembra così bella, di una bellezza che non ricordavi, di una bellezza che non era la bellezza che conoscevi fino a quel momento. E ti chiedi: come si diventa belli così? Come si diventa belli in questa precisa accezione?

Ecco, allo stesso modo, nel momento in cui ha pronunciato la parola orfano sono stato sicuro di non averla mai usata prima. Mai. L’ho letta milioni di volte, per carità, ma scritta mai, né detta. E mi ha sorpreso molto questo pensiero: esistono parole semplici, magari di uso comune, che non utilizziamo mai, che ignoriamo, discriminiamo, temiamo, che per qualche ragione releghiamo ai confini del dicibile. Perché?

Non ne conosco la ragione. Forse è una questione di rapporto. Abbiamo con le parole la stessa tipologia di complesse dinamiche che abbiamo con le persone. Ci conosciamo, ci piacciamo, magari ci innamoriamo, o ci usiamo, ci sfruttiamo, ci logoriamo, ci ignoriamo, ci temiamo, ci lasciamo. Non so. Mi piace pensare che sia così, e forse non mi discosto molto dalla realtà. Ho scritto pagine su pagine, racconti, romanzi, articoli di giornale, e non ho mai usato la parola orfano. In nessun contesto. Mai. Quando si usa una parola così? Invece di dire mio padre non c’è più, oppure mio padre è mancato tanti anni fa, oppure mio padre è defunto, perché non è mai uscita fuori l’espressione orfano di padre? Credo sia per qualcosa di simile alla riverenza. Forse alcune accezioni richiamano alla mente sofferenze, ricordi lontani, situazioni vissute chissà quando con chissà chi, da chissà chi. Forse alcune parole contengono elementi aguzzi, che tagliano, che feriscono di più e più a fondo. Non so.

La realtà è che la parola più giusta è proprio quella. Eppure non la usavo. Ci giravo intorno. Attutivo. Sfumavo. Scolorivo i toni più accesi, gli angoli più acuti, le note più alte. Mi mantenevo nelle parentesi di quel riserbo che garantisce fluidità, e mai imbarazzo, mai attrito. Curioso come poi alla fine siano loro a cercare noi, siano loro a invaderci, a offrirsi, a essere talmente perfette da incunearsi in quello spazio esatto che separa la nostra bocca dalle orecchie altrui.

Quante parole non ci diciamo? Quanti sono i proiettili che chiamiamo piume, le ferite che chiamiamo gioie, le lame che chiamiamo carezze? Quante bugie ci raccontiamo? Quanto spesso sostituiamo il modo in cui chiamiamo le cose per renderle più soffici, migliori, più gestibili?

A me capita spesso. Circuisco me stesso. Mi prendo in giro. Mi derido. Talvolta divento mio complice per fregarmi. In fondo cos’abbiamo noi, oltre le parole, per trattare il mondo? Cosa e come potremmo altrimenti gestire il nostro dolore, i nostri fallimenti, i nostri sogni, le nostre viltà? Come potremmo continuare a credere di essere sulla strada giusta, di fare le scelte azzeccate, di aver investito su qualcosa di valido?

Ci mentiamo. Poi, succede che qualcuno – magari uno sconosciuto, magari per sbaglio – ci dice una parola qualunque che funge da chiave per certe serrature di dentro, e apre stanze impolverate, piene di vecchie cose che funzionano ancora ma abbiamo smesso di usare e vecchi abiti che non mettiamo più. E apprezziamo quella scoperta. Apprezziamo quella semplicità di linguaggio che ci arriva così diretta da stupirci, apprezziamo l’essenzialità che abbiamo spesso confuso con superficialità e asprezza.

Avevo dimenticato cosa significasse avere a che fare con persone che non filtrano quel che passa loro in mente, in quell’esercizio di lealtà e di civiltà che si chiama convivenza. Avevo dimenticato cosa significa aver a che fare con una comunicazione talmente semplice da essere immediata, scevra di ogni sovrastruttura.

Bello, senz’altro. Ma pericoloso.

Quelle parole ti arrivano addosso. Crude. Affilate. Iniziano a significare.

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