Del mio percorso

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Esiste un attimo in cui i conti non tornano. Esiste per tutti, inutile farla troppo lunga. Tutto quello che riguarda i tuoi anni vissuti sembra insensato, marcio, bacato, in costante dissoluzione. Sei spento, sei distratto, sei profondamente infelice. Sei l’ombra, il gemello timido, la riserva di ciò che sei stato a lungo, che sai di poter essere, che sentivi di poter diventare.

Io non lo so come succede. Non saprei neppure fare ipotesi, congetture minime. Non saprei. Però succede così. Semplicemente. Senza controllo. Avevi tutta una serie di cose belle intorno, persone, attività, sogni, progetti. E d’un tratto ti ritrovi a fare altro, a credere ad altro, a sperare in altro, ad essere stufo di tutto, persino di ciò che rappresenti, dei ruoli che ricopri, delle maschere che, tuo malgrado, indossi più o meno autonomamente. Ti ritrovi tra le mani una persona che non sei. Che non conosci. Che nemmeno ami più. E scotta. E la passi da una mano all’altra, non sai che farci. La butteresti via se non fossi tu, se non fosse ciò che, dopotutto, ti è rimasto di te stesso.

E allora cerchi di conviverci. Di adattarti alle novità, di scendere a compromessi, di non perdere altri pezzi oltre alle migliaia che già hai smarrito. E dimentichi una delle regole fondamentali che nessuno dice mai, ma sanno tutti. È vero che chi si adatta sopravvive, come diceva il buon Darwin, ma chi si adatta sopravvive a scapito di ciò che era, diventa altro. Come a dire che per andare avanti, per non morire, devo smettere di essere ciò che sono, e snaturarmi, e uccidermi. Magari non voglio! Magari preferisco la mia preistoria! O tenere addosso i miei brividi, per quanto stupidi, per quanto superati, per quanto incomprensibili. Magari preferisco morire senza adattarmi, che adattarmi e morire in un modo forse peggiore.

Non so come succede, ma questo è. E nessuno sceglie il contrario. Nessuno può. Si cresce. Ci si adatta, ci si modella, ci si costruisce a piani superiori, sempre più alti, sempre più abitati. Sempre più sofisticati. E si dimenticano le fondamenta, le cantine della nostra infanzia, dove giocavamo a qualche gioco da tavolo, dove sorseggiavamo the alla pesca, dove bastava tutto, e niente era necessario davvero. Dove eravamo qualcosa di semplice, di bello, di lineare. Di compiuto. E il gioco più bello da giocare è crescere senza perdersi troppo, ed è il gioco più difficile, senza regole, senza garanzie. Solo rischi.

Io non so come succede. Davvero. Ma succede. E star qui a farci i fronzoli non è intelligente. Qualcuno la chiama apatia, qualcuno depressione, qualcuno scollamento dalla realtà, qualcun altro tristezza d’animo. Qualcuno semplice pessimismo. Io so che a un certo punto non esiste un progetto che sappia coinvolgerti. Non esiste qualcosa, qualcuno, che sappia afferrarti l’anima, il cuore, sappia tenerti sveglio davvero, mentre il sonno cerca di prevalere. Non c’è persona che valga una serata. Non c’è un fremito che ti sfiori, un’emozione che tu riesca ad avvertire davvero, senza ovatta, senza filtri, senza dolore. In sostanza, sei dentro una fortezza. Non invadi, per non essere invaso. Non tocchi, per non essere toccato.

Eppure, nel mio caso, sembrava perfetto. Persone, amici, famiglia, attività, idee, impegni. Da fuori sembrava sicuramente qualcosa di bello, di intenso, di completo. Cosa mancava davvero, allora? Me lo sono chiesto per anni. Cosa mancava per essere felice laggiù?

Mancavo io. Mancavo solo io. Così artefatto, così sbiadito, così poco lucido da opacizzare il resto. Mancavo io, così vile da lasciarmi vivere, senza impormi neppure sulla mia vita.

A me è successo proprio così. Ho lasciato fare. Agli altri, al destino, alla vita, alla mia inesperienza. E mi ha sorpreso a un certo punto rendermi conto che in sostanza, a lasciar fare, si finisce alla deriva. Ci si perde da qualche parte senza aver scelto di andarci. E l’unico modo per tentare di uscire da questi attimi di conti che non tornano è tenere a mente che non spariamo mai. Noi non scompariamo. Siamo lì. Siamo sotto. È una questione di polvere. A volte si addensa così tanto che sembra ricoprire qualcos’altro. Invece siamo noi. E siamo lì. Ci vuole tempo, certo. Ci vuole soprattutto coraggio. Ma siamo noi, sotto la polvere. E vale la pena.

Oggi mi piace dire che quell’attimo, che spesso dura tanto a lungo da abitarci dentro, da straziarci di sofferenze, da costringerci a cambiare nome, identità, sogni, è indispensabile per la vita piena, quella che, oltre quell’attimo, prende spazio, consistenza, e assume una stabilità. La stabilità che è l’unico fondamento possibile per le cose belle.

Questo mi auguro, nient’altro. Che mi resti tutto. Non solo i bei ricordi, le risate, le promesse, ma anche le lacrime, le notti insonni, le delusioni. Che mi restino impresse e chiare, dentro. Perché in fondo sono debitore soprattutto a loro. Perché in fondo lo devo a loro se del mio percorso sono davvero davvero felice. Sembrava uno scarabocchio. Adesso lo vedo, lo avverto, ne capisco il disegno. E torna. Tornano pure quei conti su cui mi sono dannato l’anima. Torna tutto.

E se fossi un mio caro amico mi abbraccerei, forte, al petto, e mi direi: ora ti sento.

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