In custodia

Gli sembrava di camminare al fianco di qualcosa di immensamente prezioso, anzi, di averlo in custodia: e di poterlo perdere, da un momento all’altro, così, senza farlo apposta, con qualche mossa o parola sbagliata. Oppure, per un attimo, follemente, provava l’impulso di mettersi a correre, di fuggire, di abbandonare Veve in quel punto e non vederla mai più: non perché non la desiderasse, ma perché era già troppo così: perché la sua bellezza e la sua dolcezza, per il solo fatto che esistevano, erano già, a lui, sufficiente ragione di vita, gioia, fiducia.
Gli occhi gli si riempivano di lacrime. Si chiedeva: Ma è amore questo che provo? È l’amore?
Gli veniva di chiedersi: cosa ho fatto, io, per meritarmi che lei cammini al mio fianco e mi stia ad ascoltare? E nel cuore la risposta segreta, ineffabile, esaltante, era: niente. Niente di più di quanto aveva fatto perché ci fosse la primavera. – M. Soldati

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