Hai un colletto di pile nero. Una giacca scura. E il cappuccio della giacca sulla testa. Hai sonno. Si vede che non sei avvezzo a questi orari. Forse hai cambiato lavoro da poco, o forse a certe alzatacce non ti sei mai abituato.
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Che poi è lo stesso.
Le finestre dei musei sono sempre chiuse. Non importa su cosa si affaccino, su quale panorama – o cortile, o vicolo. Importa cosa c’è dentro – dietro, – cosa celano.
Dici Permesso, e ti scosti da un lato per passare. Faccio altrettanto, senza vederti, senza che nulla di te mi raggiunga, eccetto un profumo aspro, invadente.
Torno a casa, come ogni volta che torno a casa. Identico. Stessa automobile, stessa strada, stessa andatura distratta di un percorso conosciuto a memoria. Gli occhi stanchi di monitor e parole, di richieste e pretese, e una doccia qualche chilometro più avanti, come solenne promessa di rilassamento.