Dove sono le parole – Appunti per la nascita di una figlia

“E tutte le parole? Dove sono? Dove siete finite, parole?”

Questo ho pensato, immediatamente dopo il primo istante – infinito, davvero, come dice chi lo ha già passato, come non crede chi invece non l’ha passato ancora, – in cui l’ostetrica ti ha messo nelle mie braccia, ancora intrisa di quel liquido bello, dove sei diventata vita.

Avevi occhi spalancati, fissi, scurissimi. Io e tua madre, guancia a guancia, lacrime mescolate, senza padroni, aspettavamo scomposti il vagito, il primo, a confermare che non eri più attesa, non eri progetto, non eri prospettiva. Eri tra noi. Sei tra noi. Eccoti.

“E tutte le parole?” Questo mi sono chiesto, nel momento più significativo della mia vita. È stata una domanda latente, dietro il cervello, che ha rimbalzato, come una palla matta, in ogni più segreto pensiero, contaminandoli tutti. Le parole? A che servono? Dove sono, mentre mi fissi senza distinguermi, mentre ascolti voci non attutite dal ventre, mentre ti abitui a una temperatura esageratamente fredda, di questo mondo qui, di cui fai parte.

Ecco, le ho cercate a lungo. Da quel giorno ad oggi, e ancora non le trovo. L’esigenza di scriverne si scontra con l’incapacità di farlo, di raccontare qualcosa di irripetibile con parole riferibili. Ho lasciato fermentare tutto per due mesi. Ho lasciato le sillabe a essiccare, le lettere a maturare. Nulla. Dove sono finite tutte le parole che conosco? Quelle apprese in anni di studi e scritture, quelle rubate agli altri, quelle inventate?

Dove sono tutte le parole che esistono quando mi tocca parlare di te?

Sembrano scomparse. E allora cerco di dire qualcosa che ho pensato confusamente in quella confusa rincorsa di momenti che sono stati la tua nascita e il tuo primo mese di vita.

Quel che più del resto mi ha capovolto è concepire come si possa amare visceralmente qualcosa senza conoscerlo. Già, qualcosa, non qualcuno. Perché chi non ha ancora figli non comprende in tempo che sta mettendo al mondo qualcuno. Sembra tutto imbevuto di una sorta di automatismo, un periodo che passerà, sembra che si stia facendo qualcosa, invece si sta facendo qualcuno.

Come si può amare quel qualcuno senza avere la minima idea di chi sia? Se ci fermiamo un attimo a riflettere saremo tutti d’accorso: è l’inverso di ogni amore comunemente inteso. Amare chi non si conosce è il rovesciamento della prospettiva di vita. Amare, senza sapere chi. Eppure avevo il tuo viso, avrei potuto descrivere esattamente i tuoi lineamenti, in quella intima parte del cuore dove non serve descrivere niente. E allora la chiave è questa: io ti conoscevo già.

“È un amore diverso”, mi dicevano. Ed è vero. Per il semplice fatto che non si tratta di amore, ma di altro. L’amore è per i genitori, per i fratelli, per la compagna che ci siamo scelti. Questo sentimento va oltre il significato del termine amore. Ne andrebbe coniato un altro. Nessuno lo ha fatto mai. Il sentimento per un figlio non è amore. Non può essere la stessa parola.

Altrimenti non si spiegherebbe come io possa, per la prima volta, sentire la gioia di saperti felice, la responsabilità della tua educazione emotiva. Ripeto, non ho parole. Non le ho, ma le dico perché ne ho bisogno.

Ho bisogno di capire come può mancarmi così follemente qualcuno che conosco appena, che esiste a brandelli, a intervalli di tre ore, tra lacrime e sorrisoni pieni pieni che eccedono persino la felicità che il mio cuore possa contenere. E come posso volerlo difendere, anche a scapito mio, anche a scapito della vita per cui ho lottato fino a due giorni fa, anche a scapito del mio progetto di vita, della direzione che ho difeso coi denti da chiunque.

Che succede? Non lo so, scusatemi. Non lo so. Non so dirlo.

So che tenerla in braccio è il gesto più semplice che io abbia mai fatto. Il più immediato, senza filtri, senza frapposizioni. Il più integrale.

E che ho paure e speranze e non so cosa in proporzioni identiche. 33, 33 e 33.

Metterti al mondo è l’atto superbo della vita. Non m’importa cosa farai. La vita è tua. M’importa solo chi sarai. M’importa che dentro, tu, come ho cercato di fare io, avrai quel pochissimo spazio che serve per arredare i pensieri, renderli esatti, tuoi. M’importa che sarai unica, senza avvertirlo come un peso, senza avvertirne la solitudine. M’importa che sbaglierai, continuamente, ma saprai imparare da quegli sbagli. Piano piano. Senza pensare mai, nemmeno per un attimo, che sia sbagliato continuare a sbagliare.

Avrai il tuo passo. Che sarà tuo, solo tuo. Che ti farà perdere tanto per strada, lasciarlo indietro, e che ti farà scoprire altrettanto, correndo a perdifiato.

Per quanto riguarda me, c’è poco da dire. Solo che hai completamente annullato i miei confini. Non sto più soltanto qui. Esisto in giro per il mondo attraverso di te. Sono proiettato all’infinito.

Di questo, di questa invadenza involontaria e di tutto quello che saprò essere per te e che sarà, mi scuso e ti ringrazio.

Sarò semplicemente qui, magari senza troppe inutili parole. 

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