Il padre che mi ha insegnato mio padre

Eccoci, papà.

Te lo dico subito, così mi tolgo il pensiero: avevi ragione. Avevi ragione in pieno, mentre io mi contavo i peli della barba che non avevo e che tagliavo lo stesso, per rintracciare all’interno di quel gesto così adulto, di essere come te, un uomo bell’e fatto.

Avevi ragione. Avrei capito. Col tempo, con gli inganni, con le delusioni, con le spallate. Avrei capito. Oggi lei non c’è ancora, lei, mia figlia, e io non sono ancora padre, eppure tu non ci sei già più. Sì, è vero, sono passati quasi vent’anni dalla tua malattia, dal tuo saluto, ma non riesco a trovare un motivo valido, uno solo, per cui tu non possa conoscerla e non la conoscerai. Per cui tu non avrai la stessa mia possibilità di impararla crescere, di ricevere da lei quel che riceverò io. Non lo capisco.

Eccoci qui. Ci tenevo a fartela vedere così. Lei è ancora dentro la pancia della donna che amo, che ho scelto, che ha saputo coltivarla in questo periodo folle che tutti chiamano gravidanza e che a me è sembrato e sembra solo uno splendido trampolino. Lei non c’è ancora, tu non ci sei più. In mezzo ci sono io, collante di vita, garza sfilacciata, promessa e debito, paura e entusiasmo. Io che non faccio altro che chiedermi: come diavolo si fa a essere padri e figli allo stesso tempo? Avrei tanto bisogno di chiedertelo, oggi. Avrei bisogno che con la tua praticità mi rispondessi: e che ne so? Non so come si fa, ma si fa, senza saperlo.

Mi servirebbe sapere che ti sono piovuto dal cielo, che tremavi come tremo io, che non sapevi cambiare un pannolino, che non dormivi, che non riuscivi a gestire l’attesa della gioia, che pensavi ce la farò a crescerlo come vorrei io?, proprio come vorrei io?. E che non eri pronto. Ecco, mi piacerebbe sapere che non eri pronto, che avresti aspettato all’infinito, che non avevi alcuna fretta, che non avresti smesso di essere ragazzo.

Oggi lei si muove schermata dal ventre, spinge, propone manine e piedi, vuole uscire, venire fuori, ha quegli spasmi che avevo anch’io, ha quella stessa smania che mi ha fatto tanto male e tanto bene. È un desiderio che diventa esistenza, è amore che diventa vita. E in questi movimenti che arredano le giornate come e più di tutto il resto, smetto di essere figlio. Non so spiegartelo meglio di così, ma so che lo capiresti splendidamente. Nella vita si smette anche di essere “soltanto” figlio, ed è un istante. È un interruttore, al centro del petto, che scatta. Qualcosa che assomiglia a un salvavita. Tu, di ritorno da quei momenti cupi nei quali ti racchiudevi certe volte, me lo dicevi: ci si libera di qualcosa solo attraversandolo, e lasciandoci attraversare. Lo sto facendo, cavolo. Avevi ragione.

Eccoci tutti qui. Nel luogo dove riposa il tuo corpo, di fronte a una tua foto, sempre la stessa. Penso che lei nascerà a pochi metri da dove sei morto tu. Nello stesso ospedale. Un piano più in alto. Ed è tutto parte di una storia che non afferro ma che mi sembra meravigliosa.

Lei non c’è ancora, tu non ci sei più. Eppure mi sembra di conoscerla già e di conoscerti ancora, come se in questi anni ci fossi sempre stato, e lei lo stesso. L’inganno doloroso di questa asincronia mi commuove. Non c’è spazio, non c’è margine. Certe cose non potranno avvenire. Così ripenso a te, in un modo tutto mio che non voglio condividere qui, ma ricordo quel modo che avevi di trattare la vita con doveroso distacco, con tranquilla devozione. Sembravi dirmi: ci sono cose da cui non posso e altre da cui non voglio proteggerti.

Ecco, vorrei essere quel padre lì. Attento e distratto, apprensivo e libero, sicuro e alla deriva. Padre, sempre, e un po’ altro, fratello, figlio, amico, confidente. Vorrei essere il padre che ho avuto, per quanto poco mi sia stato concesso di averlo. E avevi ragione: essere padri è un bel casino.

Qui è tutto fatto di tempo che vola, è tutto ricoperto di zucchero e speranza, e vorrei abbracciarti forte, adesso che forse riuscirei a toccarmi le mani dietro la tua schiena, adesso che ho un paio di occhi stanchi di lavoro e pieni di ricordi, adesso che parleremmo la stessa lingua e ci capiremmo, se solo potessimo parlare, di come essere padri sia un bel casino, sì, ma qualcosa di sensazionale, terribilmente sensazionale. Avevi ragione.

È clamoroso.

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