Bolle di sapone

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Le avevo qui, accanto al gomito che si muove nervoso su questa scrivania invernale. Le avevo vicine, impiastricciate nel maglione, come briciole di crostata, conservate oltre l’amore, oltre il petto, oltre le capacità umane di farne ricordo.

Le avevo, lo giuro. Ti prego credimi.

Le avevo, nonostante mi sia perduto da tempo e non sappia dove mi trovi. Le avevo prima di lasciare le parole rincorrersi su questo schermo semilucido, che sa ospitare qualunque scemenza, senza ribellarsi mai. Contenitore non esigente, infinito, di finte amicizie e mezzi ricordi, di fotografie sempre più lontane, e persone che ci si distendono come fosse comodo, come fosse utile, e si smarriscono. In questa prossimità che illude, che promette presenza e lascia sul palato sciocchezze che inghiottiamo senza nemmeno accarezzarne il sapore, non mi trovo più.

Eppure le avevo, non più di due minuti fa, le avevo addosso, mi lasciavo solleticare, invadere, massaggiare. Lasciavo che le mie speranze sapessero indicare strade meglio di gps aggiornatissimi, meglio delle solite stelle, meglio delle pagine più belle che abbia mai letto. Strana cosa le speranze, ti spingono fin sul palcoscenico, poi, invece di infilarsi là sotto e farti da suggeritore, spariscono. E tu, che ne hai bisogno, fai i conti con quello che ti confonde: l’attesa. L’attesa di che?

Quale silenzio saprà frastornare quest’attesa di niente? Quale silenzio?

E tu sei partita a cercarmi, lo so, lo sento, ti sento gridare il mio nome, in questa brulla vallata zeppa di trappole e di assassini, e non so quando, non so neppure cosa stia aspettando a risponderti. Sono qui, mi vedi?

Dovrei urlarlo, lo penso soltanto. E resto immobile, nonostante faccia freddo, e sia piuttosto tardi. E sia lontano qui, lontanissimo. Nonostante tu sia in grado come scaldarmi, nonostante tu sappia come farmi vivere bene. E basterebbe un sorriso. Come sempre. Come sempre i sorrisi basterebbero. E basterebbe dirti “ascolta” e metterti in mano il cuore.

Poi le notti, i sogni elementari, senza nome.

I dubbi non sono nodi, né neve. Non si sciolgono né con perizia né col sole. Alcuni sono invincibili. Alcuni sono liquidi, e non stanno bene da nessuna parte, prendono la forma dei contenitori in cui li appoggi continuamente in attesa di significare, in attesa di assumere consistenza, in attesa di smettere di essere dubbi.

E sarebbe bello, già, se fossero bolle di sapone, entro cui ballare, entro cui solleticarsi il viso, le mani, specchiarsi debolmente, piccole parti intere e troppo piccole, troppo veloci. Sarebbe bello se quei dubbi durassero il tempo di un errore, il tempo di una giravolta che sapesse farli schioccare come dita, e lasciare libera la vita che dentro quella foresta di bolle di sapone era prigioniera.

Sono qui, nascosto. E sono vittima di quel che oggi considero valore. Non ci sono raggi di sole così coraggiosi da illuminare certi antri dell’animo umano. Lo dimenticano al buio. E in quel buio capita che si crescano ricordi come semi casuali, e ci si ritrovi un giardino improvvisato. Un giardino qualunque. Eppure nostro. E ci torna in mente un momento esatto, quando si trattava di scegliere, e i nodi erano fili, e le bolle solo sapone.

Io non ti rispondo, lo so. Ma tu chiamami. Non considerarmi disperso, che “disperso” è una parola che fa comodo a chi si stanca presto di cercare.

Chiamami e chiamami e continua a chiamarmi che la tua voce è abbraccio, l’unico modo che ho, qui, di non sentirmi solo.

08.02.2010

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