La geografia degli addii

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Sono stanco e non so perché.

Non si tratta, credo, di fatica accumulata. Quella c’è, e c’è stata, e credo sia trascurabile nell’economia di vite che non possono prescinderne. Non è stanchezza semplice, di qualcosa, di qualcuno, di un’epoca della mia vita, di un quartiere della mia esistenza. Non è nulla che passi col riposo, o con la rilassatezza di attimi più morbidi, più sereni, più illuminati. Non è nulla di paragonabile a qualcosa che abbia già vissuto.

Del resto, amo la mia vita. E riposo, dormo, mangio, mi rilasso, vedo un film, incontro un amico, faccio l’amore, passo serate in famiglia, leggo. Riesco persino a scrivere. Ho lottato a lungo per raggiungere cose piccole, scontate, inutili. E oggi ci tengo. Le chiamo per nome. Do loro spazio. E non cambierei granché, seppur potessi. Eppure sono stanco. Stanco da non capire, stanco che non passa. In nessun modo che conosco. E faccio quello che devo, e rincorro quello che voglio. E mi sento come un autostoppista, che ha visto per ore decine di macchine rombargli addosso e sfilare via, quando vede il tramonto, e sa che dovrà dormire in strada, arrangiarsi, inventare.

Ho fatto tentativi. Di ogni tipo. Ho cambiato case, paesaggi, compagnie. Mi sono sradicato e piantato altrove, mi sono nutrito di ogni abbozzo di sogno, come se fosse lecito mutare prospettiva con la stessa frequenza con cui si battono le palpebre. Nulla, non passa. Sono stanco.

Quello che sento, adesso, mentre scrivo, mentre tutto questo continua a non passare, è un violento sfregamento nel petto. Il risultato di un attrito. E mi consuma, mi logora. Interviene sulla mia capacità di respirare, di sopravvivere. E non so che fare, non so se questa stanchezza sia patologia o stato inevitabile delle cose.

So che si annida tra le parole che amo, e sembra trascurabile, sembra timida, invece le attacca alle spalle. Invece le sorprende indifese, le annichilisce. Mi cambia. Non so quando è successo, né dov’ero. So che mi ritrovo addosso tutto questo e non ho più la forza di gestirlo. So che ho fame di qualcosa che non si può mangiare, e sete di tutto, e voglia del mondo. E non passa. Non mi passa più.

Credo si tratti di affezione alle cose che mi cambiano attorno senza che possa trattenerle, né voglia. Strappano, lacerano. Credo si tratti di una sorta di equilibrio che non ho e non avrò, e che mi fa vacillare ogni qualvolta sotto le dita cambia di nuovo. Non lo so, cerco continuamente l’adattamento. Sono un animale perfetto. Cerco un posto nuovo ad ogni raggio di sole. Cerco ombra, una sedia, del buon vino. Cerco spiagge, e monti, cerco deserti, vulcani. Non importa cosa trovo, cerco continuamente un me stesso che ci stia bene, che si senta a suo agio, che sopravviva.

Avverto la vita, in sostanza, come una sequenza di addii. A persone, certo, che muoiono, o partono, o smettono di sceglierci. Ma anche a oggetti, a luoghi, a sensazioni, a inquietudini, a sogni, a progetti, a felicità. È un gioco a saperne soffrire meno che si può, a evitare che quel distacco, quella perdita, quella separazione lasci un vuoto che non colmeremo più, con nulla, mai. Se si impara, se si apprende un po’ la geografia degli addii, il ritmo delle distanze, la banalità degli arrivederci, ci sarà sempre un riparo dal dolore di qualcosa che smette, che passa. Altrimenti i lutti diventano ossa, vene, tessuti, e continuano a morire ogni attimo.

E allora mi chiedo: Ci si può stancare di tutto questo? Ci si può stancare di perdere pezzi per strada e non fermarsi mai? Si può essere esausti di non vedere mai le proprie lacrime cadere a terra?

Perché se la risposta è sì, allora finalmente ho capito.

A Enrico

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