(Quasi) La prima volta

Sono emozionato, sembro un bambino. Forse lo sono.

libro6O forse, tra le tante caratteristiche che ha il tempo, c’è anche quella di riportare le cose alle origini, ad una sorta di verginità emotiva che la vita spesso, direi sempre, si prende il lusso di violentare. Un percorso a ritroso, silenzioso e profondo, che azzera le abitudini, le annoiate ripetitività, e fa sembrare nuovo tutto quanto. Anche quello che nuovo non è. Il tempo invecchia il corpo, ringiovanisce le emozioni.

Passa. Già. Questo è sotto gli occhi di tutti. E la sensazione che provo è quella di non aver mai vissuto prima qualcosa che, invece, in altre età – epoche, ere geologiche, stagioni – rappresentava una cospicua fetta della mia vita. Mi sento un novellino senza esserlo, passo per ridicolo, divento isterico, rido per nulla. Ho una profonda e bella inquietudine di esistere. Mi sta capitando adesso. Sono passati 9 anni giusti dal primo romanzo, pubblicato senza nemmeno un capello bianco, con tante idee di futuro in testa, e nessuna che assomigliasse davvero a questo futuro qua, che invece è accaduto. Nove anni che a raccontarli provo spavento e gioia, come un attimo prima della discesa delle montagne russe, come un attimo prima di fare una scelta che ci ha tenuti in bilico per mesi, come un attimo prima di un addio. In copertina, c’era un dettaglio di Amore e psiche del Canova, un’opera che senza volerlo si è dimostrata capace di tracciare una strada, una sorta di itinerario da seguire. Qualcosa che sono stato, in questo tempo. Nove anni dal primo romanzo, più di sei dall’ultimo. Ne sono capitate di cose. Ne ho fatte, ne ho sbagliate.

Oggi qualcuno prenderà in mano questo nuovo progetto diventato realtà (perché da oggi, in sostanza, diventa di tutti), lo aprirà e comincerà a leggere. Io mi sentirò spoglio. Albero d’inverno. Spartito bianco. Mi sentirò in balìa di qualcosa che nessuno mi obbliga a fare e che in fondo serve a poco. Eppure, per qualche ragione, si crea un cortocircuito che accende qualcosa. Difficile da spiegare, credo impossibile. In questo caso, poi, ancora di più. É la parola fine, scritta a caratteri maiuscoli su un periodo di vita fatto di rodaggi e maldicenze, di inciampi e di dolori. Un passato che si chiude dentro una copertina in brossura, e resta lì. Non che sia più autobiografico di altri, questo libro. Ma rappresenta, per me, più di altri, la capacità di essere presente a me stesso. Di esserci. Di saper portare a compimento un progetto così. In questi anni di silenzio ho imparato che è tutt’altro che scontato.

Ad ogni prima volta, qualcosa si rompe dentro. Quando scopriamo il mare, quando facciamo l’amore, quando guidiamo da soli, facciamo una vacanza, vinciamo una gara o perdiamo qualcuno che amiamo. Sentiamo un rumore sordo nel petto, e dopo non è mai uguale a quel che c’era. Cambiano le regole, cambiano gli aspetti intimi del nostro stare al mondo. Oggi per me è (quasi) una prima volta, grazie al tempo che è passato e mi ha riportato addosso questi brividi primordiali. E tutto mi cambia addosso, e dentro.

Oggi le Miniere cardiache (EdiLet, 2015) che terrete in mano sono le nostre, non solo le mie. Sono le storie d’amore di chi non sa amare, o forse ama troppo e senza misura.

Abbiatene cura.

Roberto

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