Appena accade un desiderio

Ogni vita delle nostre ha dei momenti che abbiamo immaginato a lungo e che, magari, a un certo punto, accadono.

Non so… il primo bacio, la maturità, la laurea, la prima volta, il primo figlio, il matrimonio… Ognuno ha il suo catalogo. Passiamo tanto tempo, talvolta anni, a immaginare come saranno quegli snodi cruciali delle nostre esistenze, quegli appuntamenti che qualcuno vive come obiettivi, qualcun altro, tipo me, come semplici tappe. Li carichiamo di aspettative, ce li disegniamo in testa come opere d’arte private che giorno dopo giorno, da bozzetti appena accennati, diventano dipinti belli e conclusi.

Facciamo confusione, però. Li trattiamo come se fossero già accaduti. Come se non potessero che accadere come noi, per così tanto tempo, li abbiamo immaginati. Invece, lo confermerete, capita che, per quanto bene, per quanto minuziosamente e a lungo, abbiamo cercato di fantasticare su come sarebbe stato quel momento lì, poi, quando lo viviamo, è sempre diverso. E diverso radicalmente, nella profondità più intima.

Perché? Mi chiedo. Banalmente.

Cosa c’è in quello scarto?

Cosa c’è in quella distanza tra immaginazione e vita?

Cosa trattiene? Cosa contiene?

Qualcuno mi ribadisce che siamo continuamente diversi e che immaginare qualcosa oggi non può tenere conto di quel che accadrà, nel frattempo, fino al giorno in cui il nostro immaginato non diventerà realtà. Certo, condivido. Siamo magmi. Sembriamo definirci, poi ci infiammiamo di nuovo, e cambiamo forma.

Altri, con cui mi sono confrontato, mi hanno risposto che abbiamo delle sensibilità che mutano. Abbiamo in testa liste di priorità mutevoli. Piangiamo per qualcosa che fino a poco prima ci era indifferente, o ci faceva ridere. E ridiamo di tragedie per cui volevamo ucciderci. Quindi la tappa raggiunta, che oggi ci sembra commovente, sarà quasi automatica, scontata, magari. O viceversa. Sì, ovvio anche questo.

Io però intendevo un’altra cosa. Mi spiego. Non voglio cadere nella dinamica del futuro che è diverso da tutti i futuri che possiamo immaginare in questo momento. Né in quell’altra che ci fa sentire registi onnipotenti di una vita di cui, a conti fatti, gestiamo solo pochi dettagli (ho detto pochi, non miseri). Quel che mi chiedevo stamattina, e in realtà da un po’ di tempo, è a cosa serve tutta quella portata immaginifica, tutto il tempo speso a vagheggiare, desiderare, sognare, se poi quel momento è completamente diverso da come lo abbiamo abitato con le nostre emozioni.

Tutto quel tempo a che serve? A chi?

Abbiamo dei sogni, degli obiettivi, dei desideri, che realizza una persona molto diversa da quella che li ha bramati la prima volta. E allora? Questa logica asincrona tra chi progetta, chi rincorre e chi raggiunge un obiettivo, a che serve?

Io realizzo, quando riesco, i sogni che avevo dieci, cinque, due anni fa. E gioisco, per carità, ma sono… passati, sono già vecchi anche nel momento esatto in cui li sfioro.

M’è sempre capitato così. E forse è comune. Ma il tempo… questo mi assilla, questo mi toglie il sonno, il tempo. Tutto il tempo che sta dentro al sogno, che gli sta intorno, che gli sta addosso. Quel tempo a che cazzo serve se mi restituisce cartoline da un sogno differente?

Lo zucchero filato a terra, le lacrime trattenute, le unghie morsicate, i baci non dati, le giostre spente sotto la pioggia, i tramonti nuvolosi. Quel tempo, a che serve?

Mentre sto realizzando i sogni vecchi, i miei di oggi a chi li confido? Ai miei sogni di oggi chi ci pensa?

Dico davvero: chi ci pensa?

Quel tempo a che serve? A che serve?

A non smettere mai, forse.

E a non riposare mai, credo.

In fondo, mentre combatto per avverare, io sogno.

È tipo un elastico fortissimo.

Appena accade un desiderio, sono già altrove da un po’.

Le anime inquiete fanno così.

E io sono già in ritardo sul prossimo viaggio.

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