Parole, finestre

Non credevo funzionasse così anche con le parole. Mi sarei tutelato diversamente.

Non credevo che esistesse una qualche forma di lutto nell’abbandonarle sulle pagine stampate, dopo aver passato così tanto tempo in loro compagnia, a dar loro forma, coerenza, elasticità. Dopo essermi affezionato ad ogni loro inflessione, ad ogni pausa, ad ogni sofferta scelta lessicale. Dopo aver letto e riletto – letto, riletto, – imparato ad aspettaredeciso come, dove, quando, soprattutto perché. Dopo aver preferito alcune idee ad altre, alcune mani ad altre, alcuni sorrisi ad altri. Dopo aver cercato ovunque quelle che sapevano far ridere, che sapevano far piangere, che significavano quello che volevo dire. E poi averle dimenticate, e poi averle ricordate all’improvviso, magari in ascensore, magari un attimo prima di addormentarmi. Ed essermi catapultato ad annotarle, da qualche parte, con frenesia, su un foglio volante – o sul blocco su cui le annoto tutte, – prima di patire la loro scomparsa definitiva, con una crudele tenacia nell’oblio. Tutte quelle corse, tutte quelle ansie, ora, oggi, danno peso a quel tessuto che è, senza dubbio, una storia raccontata per intero. Una storia che quelle parole le contiene tutte e ancora di più. Una ricetta creativa. Ingredienti segreti. Improvvisazione.

Non credevo capitasse così anche con le parole. Ci avrei pensato molto di più, forse avrei preteso qualche garanzia diversa. Lo giuro, non credevo capitasse come con le persone. Non credevo capitasse di subire la nostalgia del possibile, la condanna terribile di poter avere ancora eventualità, di poterle percorrere, raccontare, riscattare. La nostalgia di quando ancora quel personaggio, che oggi è di tutti, non era definito, non così, non con questo inchiostro indelebile che lo priva di ogni futuro. E quell’altro non era morto, o non aveva sbagliato, e l’altro ancora non si era innamorato così, irrimediabilmente. La nostalgia, in breve, di poter essere io, comunque, a decidere come procedere, in un atto di creazione quasi divino.

Del resto, scrivere una storia è prima di tutto renderla unica, solo quella, a scanso del resto. È fare quel che il tempo fa con le nostre vite: le percorre e le definisce allo stesso tempo, unicamente, in un atto solo. Questo lo so. Eppure mi manca quella quiete in fermento, il momento primordiale, quando una storia può essere tutto, in potenza, e ancora non è niente. Quel tempo in cui è solo mia. In cui, ancora, su un foglio elettronico, posso limarla, invertirla, sistemarla, cancellarla, confonderla.

E forse funziona come funziona per la vita. Che quel che è passato non può cambiare, che quel che deve passare, invece, è tutto in mano nostra. E non lo perché, ma oggi mi manca tutto quello che ho, quando non ho scritto ancora nulla. Quando la paura, la valutazione, l’idea, fanno a spintoni per ricavarsi spazio.

C’è una finestra vicino casa mia. Una finestra di un palazzo arancione, con dei vestiti lasciati eternamente ad asciugare; è sempre chiusa, eppure è abitata. Non lascia dubbi su questo.

Ed è abitata da una storia, non importa quale. Succede così con le parole, una volta che le hai scritte. Diventano finestre, sono abitate da qualcuno che tu nemmeno sai più. Raccontano storie incredibili, anche se sono chiuse nella forma stabilita di una scrittura, di uno stile esatto, fisso, definitivo. Anche se dietro quelle imposte sigillate non ci è concesso di sapere davvero cosa c’è. E probabilmente c’è qualcosa di diverso per ognuno di noi.

Quel che possiamo fare è goderci quei panni stesi ad asciugare, lì, proprio per noi.

Eccolo il miracolo. Qualcosa di immobile che crea movimento, che parla.

Tutto molto bello, suggestivo. Ma quella finestra non è la sola. Non è mai la sola. Lì, accanto, c’è un davanzale murato, una finestra che, probabilmente, c’era e adesso non c’è più, o che forse potrebbe esserci da un momento all’altro, ricavandola là, dove è stata pensata.

Credo che il ruolo di chi racconti storie sia lavorare su potenziali finestre come queste. Tentare in tutti i modi di aprire davanzali laddove è possibile, e soltanto per quel gesto inutile, francamente sciocco ma bellissimo, di lasciare panni colorati e incomprensibili ad asciugare davanti a delle imposte sempre chiuse.

Lasciarli parlare.

…ok, è tempo di tornare a scrivere.

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